mercoledì 26 luglio 2017

Tagliare le tasse alle imprese con la spending review


Archiviata la discussione sullo ius soli a data da destinarsi forse adesso è opportuno concentrarsi sul prossimo vero appuntamento dell’agenda politica italiana, la legge di stabilità del prossimo autunno. Un appuntamento fondamentale ma di cui sembra nessuno abbia troppo voglia di parlare. Il ministro del Tesoro Padoan ha garantito che nella manovra non sarà previsto nessun aumento dell’Iva per disinnescare le clausole di salvaguardia mentre è stato anticipato dal governo che sarà presente un taglio al cuneo fiscale per le assunzioni delle fasce di lavoratori più giovani.

Ma sono indiscrezioni, niente di certo e di ufficiale. Quello che per ora sembra assodato è tuttavia il trend di ripresa, seppure ancora debole e inferiore alla media europea, del paese. Lunedì il Fondo Monetario Internazionale ha rialzato le stime del Pil a 1,3%, 0,5 punti in più rispetto alle previsioni di aprile, mentre si prevede un trend positivo anche per il 2018. Si tratta di una tendenza positiva che la prossima legge di bilancio dovrebbe assecondare e non frenare.

Della manovra tuttavia, come si accennava prima, non si conoscono ancora né entità né qualità mentre sarebbe opportuno cominciare già ora a focalizzarne il merito. E’ noto che 10 miliardi della manovra sono già destinati a disattivare le clausole di salvaguardia con l’Europa mentre per sostenere il taglio del cuneo fiscale per le neoassunzioni – misura già anticipata come presente nelle legge di stabilità – occorrerebbero, a quanto si stima, 7,5 miliardi di euro. Considerando che la manovra dovrebbe aggirarsi intorno ai 20-25 miliardi restano da reperire 10-15 miliardi.

Secondo Confimprenditori sarebbe assai grave che l’onere del reperimento di risorse ricadesse sulle imprese attraverso un qualunque aumento diretto o indiretto della tassazione. Questo infatti comporterebbe un fenomeno recessivo che abbatterebbe gli effetti positivi della moderata crescita affondandola definitivamente. Non potrà essere tuttavia nemmeno una manovra a deficit anche considerando la fine prossima ventura del quantitative easing.

Come reagirebbero infatti i mercati nella fase in cui gli acquisti di titoli di Stato da parte della Bce si ridurranno progressivamente? Con l’aumento dei tassi di interesse e dello spread naturalmente. Sicché per rimettere in ordine i conti alla fine non esistono mille vie ne esiste una sola: tagliare le tasse finanziando il taglio con i risparmi di spesa.

Stefano Ruvolo



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lunedì 17 luglio 2017

Il Cnel va riformato, non occupato


Nel suo ultimo libro, Avanti, di cui abbiamo potuto leggere generose anticipazioni su tutti i maggiori quotidiani di domenica scorsa, Matteo Renzi è tornato a parlare del Cnel, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, definendolo “l’ente più inutile della storia repubblicana” e ricordando come il suo referendum, se gli italiani avessero votato Si, lo avrebbe spazzato via. Può darsi che sia così, ma sta di fatto che 20 milioni di italiani hanno detto No respingendo la riforma costituzionale Boschi. Difficile dire che rappresentino il blocco sociale della casta. Si dirà: ma se si fosse trattato di votare solo per l’abolizione del Cnel l’ente di palazzo Lubin non esisterebbe già più. Ancora: può darsi e tuttavia con i se e con i ma non si fa la storia; il dato reale da cui partire e su cui ragionare è che la riforma che voleva abrogare il Cnel è stata respinta dagli elettori, mentre il Cnel, piaccia o no, è vivo.

Lo è talmente tanto che non solo è stato nominato dalla presidenza del Consiglio un nuovo presidente,il professor Tiziano Treu, ma in queste settimane, in queste ore si potrebbe dire, sta anche per essere rinnovata la composizione del suo consiglio. Ed è talmente vivo il Cnel che per farne parte si sono candidate ben 350 associazioni e sigle datoriali e sindacali per 48 posti a disposizione. Sarà dunque l’ente più inutile d’Italia questo Cnel ma allora perché questa gara ad entrarci? Anche da parte di sigle che a testuggine, lo scorso dicembre, erano schierate per il Si al referendum? E perché questa cura e questa attenzione al vaglio politico delle candidature da parte della presidenza del Consiglio e nello specifico di figure molto vicine all’ex premier Renzi? Non sarebbe allora più costruttivo per tutti – e soprattutto meno ipocrita – porre la questione del Cnel con trasparenza e con onestà politica e intellettuale?

Confimprenditori da mesi è impegnata in una serie di colloqui con esponenti del mondo istituzionale ed economico per presentare una riforma organica del Cnel che ne preveda il potenziamento con la possibilità effettiva per l’ente di formulare proposte di legge, che faccia del Cnel l’ambito in cui, grazie alla sinergia con il mondo della cultura e dell’università, vengano elaborate e discusse le idee che orientino mondo del lavoro e della politica in una realtà sempre più complessa, che soprattutto preveda il suo totale autofinanziamento da parte delle associazioni datoriali e sindacali che ne vogliano far parte, così da poter anche costituire un fondo a disposizione delle aziende in difficoltà come è il caso di quelle investite dal terremoto che ha recentemente colpito il centro Italia. Il che significa l’abbattimento totale del costo dell’ente da parte delle casse pubbliche. Una proposta su cui finora, a parte alcune lodevoli eccezioni, non è stata prestata attenzione a dimostrazione che il problema non è allora l’abbattimento dei costi del Cnel, ma il Cnel costituisce un pretesto di scontro politico.

La scorsa settimana, come presidente di Confimprenditori, ho inviato una lettera aperta alle massime cariche dello Stato e all’intero Parlamento dove si illustrava la proposta della nostra associazione e dove si spiegava che lungi dall’essere un ente inutile e obsoleto il Cnel, se riformato secondo criteri di efficienza e radicale compressione dei costi, rappresenta un ente strategico per garantire uno spazio di riflessione interno al mondo del lavoro e di confronto con la politica, soprattutto in un tempo di acuta crisi della rappresentanza e di crescente tensione sociale. D’altra parte il Cnel – si ricordava nella stessa lettera – non costituisce il caso di un’anomalia italiana: come è infatti noto esiste il Cese, Comitato economico e sociale europeo di cui nessuno, a quanto ci risulta, ha mai chiesto l’eliminazione. Perché dunque non ripartire da qui? Da parte degli sconfitti del referendum si tratta di riconsiderare la funzione del Cnel e di prendere atto che c’è qualcosa che non funziona nel mito della disintermediazione se il livello di tensione tra mondo del lavoro e delle parti sociali e politiche è andato in un continuo crescendo di tensioni e incomprensioni; da parte dell’istituzione Cnel si tratta invece di accettare l’esigenza di essere profondamente e radicalmente trasformato.

Perché è legittimo ma non serve e non basta chiedere il ripristino delle prerogative dell’ente, occorre chiedere di poter funzionare a pieno regime e in piena efficienza coinvolgendo in questa autoriforma le associazioni datoriali e sindacali che fanno parte del Cnel. Le quali devono assumere su se stesse l’onere della rappresentanza attraverso l’autofinanziamento da un lato e una riforma delle regole della rappresentanza dall’altro. Di sicuro la cosa peggiore sarebbe lasciare le cose come stanno in un sordo e sterile braccio di ferro tra un Cnel che resiste e le forze che per puntiglio ne vogliono l’eutanasia,intanto però pianificandone l’occupazione. Uno di quei casi per cui si potrebbe dire che la situazione è grave ma non è seria.

Stefano Ruvolo



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mercoledì 5 luglio 2017

Servono politiche attive non incentivi


In questi giorni i dati forniti dall’Istat sulla situazione economica del paese appaiono contraddittori: da un lato crescono i consumi e la propensione al risparmio delle famiglie dall’altro però cresce anche la pressione fiscale, soprattutto sulle imprese, che arriva quasi al 40%, segnando un incremento di 0.3 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. E ancora: da un lato cresce l’importo del manifatturiero dall’altro però flette l’occupazione e scende sotto il 20 per cento anche il tasso di investimento delle imprese. Insomma anche in presenza di una lieve ripresa congiunturale restano aperte le falle di sistema che consistono in ultima analisi in una tassazione che sfiora ormai il 40% e in una spesa pubblica fuori controllo.

Di fronte a questi nodi l’errore è quello di reiterare una politica economica di incentivi a tempo che non genera né sviluppo né occupazione. I dati Istat che attestano un calo dell’occupazione a maggio 2017 – 51 mila unità in meno rispetto ad aprile – non suscitano da questo punto di vista particolare sorpresa. Era chiaro che la fine degli incentivi previsti dal Jobs act avrebbe causato una contrazione dell’occupazione, tendenza destinata a proseguire nei mesi a venire. Diminuisce peraltro anche il numero di lavoratori indipendenti e dipendenti a tempo indeterminato mentre aumentano i dipendenti a termine.

E i più colpiti dal dramma della disoccupazione sono ancora i giovani – +1,8% a maggio e 37% complessivo, il record negativo in Europa – e il mezzogiorno. Lo abbiamo detto e lo ripetiamo: senza crescita del Pil parlare di ripresa è un’illusione, soprattutto non si può parlare di ripresa se non ripartono gli investimenti da parte delle aziende che invece, come si diceva, registrano una flessione anche per tenere testa ai costi proibitivi del lavoro in Italia. Mancano politiche attive, investimenti infrastrutturali nel meridione, tagli seri e decisivi al cuneo fiscale, manca in una parola la consapevolezza che lavoro e sviluppo non si creano a suon di incentivi.

Stefano Ruvolo



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