mercoledì 24 maggio 2017

Perché è fallito il bonus sud


Bonus e incentivi non bastano e non servono a far ripartire l’economia e l’occupazione. Non funziona così, non ha mai funzionato così. Nemmeno stavolta, con il Jobs act, che si è purtroppo rivelato un fallimento come testimoniano i dati forniti dall’Inps usciti alla fine della settimana appena trascorsa. I rapporti di lavoro a tempo indeterminato, secondo l’Inps, sono calati del 7,4% sul primo trimestre del 2016 mentre se si segue l’andamento del saldo per le assunzioni dal primo trimestre del 2015 – quando gli sgravi contributivi erano totali, agli ultimi, in cui gli sgravi sono a calare fino all’esaurimento, si registra una diminuzione progressiva e costante delle assunzioni: da oltre 200mila a 17.500. Era evidente che questa sarebbe stata la prospettiva: il lavoro non si crea con gli incentivi.

Ricordate il bonus assunzioni al sud? Confimprenditori aveva condotto nei mesi scorsi una dura e lunga battaglia, supportata dal quotidiano Il Mattino, per ottenere lo sblocco del portale Inps così che le aziende potessero adempiere la procedura per avere accesso agli sgravi. Per il Bonus sud erano stati stanziati 500 milioni di euro in sgravi contributivi per le aziende che avessero deciso di assumere giovani disoccupati. Una decontribuzione che Confimprenditori aveva salutato con favore considerata la generale disattenzione verso le piccole e medie imprese. Tuttavia dei 500 milioni stanziati per Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia, ne sono rimasti a disposizione circa 390 milioni; sono stati spesi dunque per le assunzioni appena 110 milioni di euro.

Le stesse proporzioni si registrano sulle regioni in transizione – Abruzzo, Molise, Sardegna – dove su 30 milioni stanziati ne sono rimasti 11. Per quanto riguarda invece il Fondo garanzia giovani su 200 milioni stanziati ne sono rimasti 155. Cifre anche queste fornite dalla banca dati Inps. Dati che dimostrano in sostanza che le aziende non assumono e che da soli, bonus e incentivi, non bastano a far ripartire occupazione e mercato del lavoro. Servono piuttosto misure strutturali sulla semplificazione burocratica, un deciso taglio al cuneo fiscale da ottenere con una spending review scientifica alla spesa improduttiva e una politica di agevolazioni di accesso al credito.

La spada di Damocle dell’aumento dell’Iva inoltre, vagheggiata a momenti alterni dal governo in vista della vera manovra di autunno  – misura che deprimerebbe i consumi interni – non aiuta certo le imprese a pianificare serenamente le proprie strategie aziendali sul medio termine e dunque a investire sulle assunzioni. Serve un’altra politica economica. E prima ancora un salto culturale e un cambiamento di mentalità.

Stefano Ruvolo



Articolo originale su stefanoruvolo.it