giovedì 18 maggio 2017

Cnel, la nostra riforma


Nella sua intervista al Corriere della Sera di domenica scorsa il professor Tiziano Treu, chiude la polemica sulla sua nomina a presidente del Cnel, lui che è stato un sostenitore del Si al referendum costituzionale del 4 dicembre. Treu conferma di essere sempre stato contrario all’abolizione e che avrebbe detto No a una specifica domanda sull’abrogazione dell’ente. A Confimprenditori fa piacere sentire queste parole considerando che la nostra associazione ha sempre ribadito, unica tra tutte le altre, e fino alla vigilia del referendum dello scorso dicembre, che il Cnel andava riformato ma non abolito.

Questo nella convinzione che la cancellazione di ogni occasione di confronto istituzionale tra politica, associazioni datoriali e mondo sindacale, soprattutto in tempi di crisi profonda della rappresentanza, fosse un errore gravissimo. E certo il Cnel va riformato a fondo rilanciandone poteri e funzioni ma soprattutto abbattendone i costi. Treu dice che il Cnel non sarà più investito dell’argomento polemico del “tanto stanno lì a scaldare la sedia e a prendere soldi a sbafo” semmai, chiarisce il professore, “saranno le parti sociali come i sindacati o la Confindustria a pagare un’indennità alle loro delegazioni e i consiglieri non peseranno un euro sul bilancio pubblico”.

E’ un buon inizio ma Confimprenditori va oltre. In una proposta di riforma del Cnel elaborata dal centro studi di Confimprenditori è previsto l’autofinanziamento del Cnel da parte della associazioni che ne vogliano far parte. Deve valere per le associazioni e per il Cnel lo stesso criterio che vale sull’autofinanziamento dei partiti. Le associazioni datoriali e sindacali dovranno dunque versare una quota congrua per partecipare al Cnel in rappresentanza delle istanze e degli interessi dei loro iscritti andando così a costituire anche un fondo di emergenza a cui possano attingere gli imprenditori in difficoltà. Come quelli colpiti dall’ultimo terremoto che ha devastato il centro Italia.

Occorre rompere lo schema di cooptazione finora invalso nella nomina a palazzo Lubin delle vecchie sigle della rappresentanza. Al fianco delle sigle storiche deve essere ormai fatto spazio a forze nuove di rappresentanza soprattutto, per quanto riguarda il settore datoriale, nel campo delle piccole e medie imprese: il 97% della forza produttiva del paese che oggi soffre un deficit atroce e colpevole di rappresentanza. E che vuol far sentire la propria voce. Nell’idea di una partecipazione democratica ai momenti istituzionali della rappresentanza e del principio di autodeterminazione e di autofinanziamento delle associazioni.

Stefano Ruvolo



Articolo originale su stefanoruvolo.it