martedì 28 marzo 2017

Rimodulare il cuneo fiscale, senza aumentare l’Iva


L’ipotesi di aumentare l’Iva per finanziare la riduzione del cuneo fiscale promessa dal premier Gentiloni a inizio marzo è il tema di cui si sta discutendo all’interno della maggioranza in questi giorni. L’ex premier Renzi si è detto fermamente contrario sia all’una che all’altra misura: contro il taglio del cuneo fiscale – perché secondo lui non è una misura che porterebbe benefici all’economia – e contro l’aumento dell’Iva visto il momento difficile per le famiglie. Una posizione singolare, oltre che comoda, quella di Renzi visto che proprio l’aumento dell’Iva era stato inserito dal suo governo tra le clausole di salvaguardia. E’ noto tuttavia che il combinato disposto tra la riduzione del carico fiscale attraverso il taglio delle imposte dirette – che andrebbe a beneficio di imprese e lavoratori dipendenti – e l’innalzamento di quelle dirette, che andrebbe a discapito dei consumatori – sarebbe in linea con le indicazioni dell’unione europea. Da tempo Bruxelles spinge con forza per imporre al nostro paese l’innalzamento dell’Iva ordinaria dal 22% al 24% e di quella agevolata dal 10% al 13% nella prospettiva di uno spostamento del carico fiscale dal lavoro ai consumi. Questo per onorare uno schema astratto che soddisfa i parametri europei danneggiando però la nostra economia. Si tratta infatti di una prospettiva miope che vanificherebbe anche l’eventuale taglio del cuneo fiscale visto che a pagare più salato l’aumento dell’Iva sarebbero le fasce più economicamente fragili della popolazione come i pensionati e i disoccupati. Considerando che siamo in presenza di una crescita economica ancora timidissima e che il Jobs act non ha inciso sui livelli ancora altissimi di disoccupazione, soprattutto giovanile, l’aumento dell’Iva condizionerebbe negativamente l’economia deprimendo i consumi interni – beni e servizi di prima necessità come pane, carne, latte, acqua, energia elettrica, raccolta rifiuti, medicinali, trasporti – così penalizzando le stesse imprese che pure trarrebbero un immediato giovamento dal taglio del cuneo fiscale. Come uscire dal circolo vizioso e da questa impasse? Con i criteri del buon senso che sono sempre la misura e il realismo. Del resto in un paese dove negli ultimi 5 anni la tassazione per i lavoratori dipendenti è aumentata dell’1,8% è necessario intervenire con una misura strutturale sulle politiche fiscali limitandosi alle detrazioni per i lavoratori dipendenti. Il centro studi di Confimprenditori ha sviluppato un’ipotesi analitica e particolareggiata di intervento sulle detrazioni relative agli scaglioni di reddito del dipendente tenendo in conto fattori come coniuge a carico, figli ed eventuali disagi sociali.  La detrazione per coniuge a carico per esempio potrebbe diventare nella misura fissa 1.800,00 euro sino al reddito imponibile di euro 55.000. Oltre i redditi di 55.000 la detrazione del coniuge a carico andrebbe decurtata del 20% per ogni scaglione di reddito. La detrazione per i figli dovrebbe essere in misura di euro 1.220,00 per ogni figlio aumentata di ulteriori 600,00 euro se il figlio è minore sotto i tre anni ed un ulteriore aumento di 1.400,00 se il figlio è portatore di Handicap. Un intervento realistico e fattibile che ridarebbe ossigeno a lavoratori e famiglie rilanciando spesa e consumi e generando un circuito virtuoso per le imprese.

Stefano Ruvolo

 



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martedì 21 marzo 2017

Un contratto di reinserimento


Di fronte ai dati sempre crescenti della disoccupazione, un fenomeno che il Jobs act non ha nemmeno scalfito (secondo l’Istat sono 3milioni i disoccupati in Italia) la politica continua a rispondere con gli slogan e la demagogia, senza riuscire a mettere in campo né un pensiero lungo né rimedi efficaci di impatto immediato. Abituata ormai al costume dell’annuncio parla di reddito di cittadinanza, di lavoro di cittadinanza, di sostegno all’inclusione – senza naturalmente mai dirci come si dovrebbero sostenere simili provvedimenti – limitandosi a eliminare quello che bene o male c’è, come i voucher.

E’ vero il premier Gentiloni ha parlato della necessità di un taglio al cuneo fiscale e al costo del lavoro – una misura necessaria e già più seria – ma ancora non si capisce bene in cosa e in quanto consistano questi tagli né è dato sapere quando e come verrà incardinata concretamente questa proposta. Si vive alla giornata senza un progetto, senza una visione.

Qualche giorno fa ricorreva il quindicesimo anniversario della morte di Marco Biagi, assassinato a Bologna dalle Brigate rosse il 19 marzo del 2002. Il suo allievo, il giuslavorista Michele Tiraboschi, in un’intervista rilasciata al Fatto Quotidiano ha ricordato come tutta la parte costruttiva della riforma Biagi, le politiche attive per il reinserimento professionale di chi perdeva il lavoro, sia stata disattesa. E notava anche come il Jobs act sia una riforma tecnicamente fallita. La premessa alla base della riforma del lavoro del governo Renzi era infatti quella di rendere meno complessa la procedura per risolvere i rapporti di lavoro in essere ma al contempo di creare strutture che prendano in carico chi resta senza lavoro. Tiraboschi rileva che dopo 3 anni, le politiche attive sono praticamente inesistenti.

Oggi dunque come 15 anni fa. Pochi giorni prima di essere assassinato Biagi definì “uno scandalo” il fatto che i servizi per l’impiego non funzionassero. Ecco, oggi l’unico strumento di politica attiva sarebbe l’assegno di ricollocazione gestito dall’Anpal, un istituto che stenta addirittura a partire e che già nella sua fase iniziale ha evidenziato criticità sostanziali, come per esempio la diversità della gestione delle politiche attive nelle varie regioni d’Italia. Insomma si dibatte, si annunciano riforme, si teorizzano massimi sistemi ma intanto le imprese vengono strangolate da tasse e burocrazia e le persone continuano a perdere il lavoro.

Che fare? Confimprenditori pensa a un contratto di reinserimento professionale a cui potrebbero accedere i lavoratori che percepiscono la Naspi i quali oltre a un reinserimento nel circuito produttivo avrebbero un’integrazione salariale rispetto all’ammortizzatore sociale di cui usufruiscono. Un rapporto che se dovesse avere come esito l’assunzione a tempo indeterminato potrebbe mettere l’azienda in condizione di beneficiare della dote dell’assegno di ricollocazione. Si tratterebbe di uno strumento di sussidiarietà tra pubblico e privato che renderebbe più agevole il reinserimento lavorativo superando una gestione esclusivamente pubblica lunga e farraginosa. E’ una proposta su cui discutere naturalmente, ma è fattibile e concreta. L’alternativa è continuare a dibattere di centri per l’impiego, corsi di formazione per il reinserimento nel ciclo produttivo e redditi di cittadinanza. Magari per altri 15 anni.

Stefano Ruvolo



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venerdì 17 marzo 2017

Ora via il ticket sui licenziamenti


Se il governo Gentiloni fa sul serio, se davvero intende mettere mano a una riforma del lavoro attraverso l’abbattimento del cuneo fiscale sarebbe, va da sé, un’ottima notizia. E un simile provvedimento meriterebbe da parte del mondo delle imprese e del lavoro tutto il sostegno possibile. L’uso del condizionale è però d’obbligo considerando che la politica degli ultimi anni ci ha abituato ad ascoltare annunci a cui poi non ha quasi mai fatto seguito qualche provvedimento concreto e duraturo. Tuttavia perché non si tratti di un bluff o di un’operazione incompiuta è necessario che nel pacchetto sul taglio strutturale che dovrebbe investire tutto il lavoro stabile venga inserita anche la cancellazione del ticket sui licenziamenti per giusta causa.

Vale la pena spiegare bene di cosa si tratta anche per capire l’assurdità di una simile tassa aggiuntiva sulle imprese che oltre ad essere onerosa, come tutte le tasse, è soprattutto ingiusta. La normativa sul ticket di licenziamento, introdotto con la riforma Fornero, stabilisce che il datore di lavoro è tenuto a versare il ticket di licenziamento anche nei casi in cui la cessazione del rapporto di lavoro con il suo dipendente non sia avvenuta per sua volontà ma sia avvenuta per giusta causa o per giustificato motivo soggettivo. Non solo: essendo il metodo di calcolo per il contributo non proporzionale – perché non considera la differenza tra lavoro part time e full time – recava un ulteriore danno al datore di lavoro che dovrà sostenere un costo aggravato nel caso di un lavoratore part time.

E’ del tutto evidente l’assurdità di una norma che sancisce di fatto che il costo di un lavoratore licenziato per giusta causa – ossia per motivi molto gravi che vanno dall’assenteismo al furto in azienda passando per il comportamento violento con colleghi o datori di lavoro – gravi, attraverso il ticket, sulle spalle del datore di lavoro, il quale peraltro contribuisce già con un regime di tassazione elevato al mantenimento del welfare. Non c’è molto da aggiungere, c’è solo da mettere in campo ogni iniziativa di pressione sul governo per cancellare il ticket licenziamenti. Una battaglia che Confimprenditori ha appena cominciato e su ci attendiamo anche la convergenza e l’impegno delle altre associazioni datoriali. Anche considerando che il ticket grava su tutti gli imprenditori, al di là delle tessere associative che hanno in tasca. Riusciamo almeno in questo a creare un fronte unitario?

Stefano Ruvolo



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mercoledì 8 marzo 2017

Una vittoria di Confimprenditori


Ci eravamo lasciati la scorsa settimana con l’impegno del presidente dell’Inps Tito Boeri a sbloccare, entro il 30 marzo, il portale dell’ente per accedere alla pratica degli sgravi contributivi per le assunzioni al sud. Mercoledì scorso l’Inps, con una circolare che consente l’attuazione del decreto del governo, ha annunciato che l’attesa non andrà oltre il 15 marzo. Un’accelerazione inaspettata ma benvenuta di cui diamo atto al vertice dell’ente previdenziale che evidentemente non è rimasto sordo a una reiterata richiesta venuta da imprese e lavoratori per voce della nostra associazione.

Questa infatti è una vittoria di cui Confimprenditori rivendica serenamente la paternità visto che su questa battaglia l’associazione ha insistito per settimane cercando attenzione nelle sedi politiche e istituzionali, trovando alla fine ascolto nel presidente della Commissione Lavoro Bernardo che si è speso con noi per avere dall’Inps una risposta. In questa battaglia di sensibilizzazione va anche ricordato il contributo fondamentale del quotidiano “Il Mattino” che ha seguito passo a passo l’evoluzione del caso, sollecitandone a sua volta la soluzione. Del resto va ricordato che la misura del bonus lavoro, sotto forma di sgravi fiscali per le aziende del meridione, sarebbe dovuta essere attiva già dal 1° gennaio 2017 e non si deve dimenticare che le procedure sono legate a fondi contingentati prevedendo perciò anche un’erogazione sull’ordine di arrivo delle domande.

E’ una vicenda questa del blocco del portale Inps che richiama per le forme e i modi in cui si è svolta due questioni che andrebbero messe seriamente a tema. La questione burocratica italiana senza dubbio ma anche la funzione della rappresentanza sindacale e datoriale. Perché alla fine di questa storia resta una domanda: ma associazioni d’impresa e sindacati dov’erano in questi due mesi mentre Confimprenditori intraprendeva una battaglia per le aziende e i lavoratori? Perché non s’è levata una parola, una protesta, una domanda a nome di aziende e di lavoratori sul blocco del portale Inps che ha ritardato le assunzioni? Non lo diciamo con intento polemico ma per senso di responsabilità. Perché se le associazioni di rappresentanza non rappresentano più nessuno che senso hanno? Che futuro sperano di avere?

Stefano Ruvolo



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giovedì 2 marzo 2017

Boeri mantiene la parola e sblocca le assunzioni al sud


“Siamo soddisfatti nel vedere che l’Inps ha finalmente sbloccato i fondi per le assunzioni al sud”. E’ quanto sostiene il presidente di Confimprenditori, Stefano Ruvolo a margine dello sblocco del portale dell’ente di previdenza.

“Dobbiamo ricordare che la misura del bonus lavoro sotto forma di sgravi fiscali per le aziende del meridione sarebbe dovuta essere attiva già dal 1° gennaio 2017 e che, come associazione di riferimento della piccola e media imprenditoria, abbiamo a più riprese chiesto spiegazioni sulla totale assenza, nel portale Inps, della circolare che permetteva di avviare le procedure”.

Ruvolo ricorda come le procedure siano legate a fondi contingentati e che perciò prevedono anche un’erogazione sull’ordine di arrivo delle domande. Un particolare importante in riferimento al dato temporale del blocco del portale. Diamo atto al presidente dell’Inps Tito Boeri di aver mantenuto l’impegno preso e rivendichiamo la battaglia svolta per arrivare a questo obiettivo utile sia alle imprese che ai lavoratori”.

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D’accordo con Camusso: il Cnel va riformato non abolito


Cosa ne sarà del Cnel dopo il referendum del 4 dicembre? Se lo domanda in una nota il presidente di Confimprenditori Stefano Ruvolo ricordando che l’ente a oggi, dopo le dimissioni di gran parte dei suoi consiglieri non è più di fatto operativo. E questo mentre Sinistra italiana, con Arturo Scotto, rilancia la proposta di abolirlo mettendo all’ordine del giorno una discussione alla Camera. Più interessante la posizione della Cgil che pensa invece a una riforma dell’ente, cercando a questo fine un’interlocuzione con sindacati e associazioni datoriali”.

Confimprenditori è del parere che il Cnel non vada abolito ma riformato, d’accordo quindi con Susanna Camusso. “La nostra associazione – ricorda Ruvolo – già all’indomani dell’esito referendario aveva proposto una radicale riforma del Cnel al fine di snellire l’ente e riconsegnarlo alla sua reale funzioneChe oggi è quella di rispondere alla crisi di rappresentanza del mondo del lavoro il quale va dotato di uno strumento in grado di incidere nel dibattito pubblico e formulare proposte di legge. Va anche ricordato – aggiunge Ruvolo – che l’abolizione del Cnel, ipotesi bocciata dal referendum, taglierebbe anche ogni legame con il Cese, Comitato Economico Sociale Europeo che è l’organo consultivo del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione, espressione dei corpi intermedi. In Italia ormai senza voce”.

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Milazzo: Stefano Trimboli riconfermato segretario generale Femca Cisl Messina


Stefano Trimboli, 47 anni, dipendente della raffineria di Milazzo, è stato riconfermato segretario generale della Femca Cisl di Messina. Confermati nella segreteria, Mimma Barresi e Giovanni Sindoni. L’elezione è avvenuta oggi, a Palazzo d’Amico a Milazzo nell’ambito del V congresso territoriale della federazione che segue i lavoratori dei settori energia, moda e chimica. Presenti: la segretaria territoriale della Cisl Messina, Mariella Crisafulli, il sindaco di Milazzo, Giovanni Formica, il segretario generale della Femca Cisl Sicilia, Franco Parisi e il segretario nazionale della Femca Cisl, Stefano Ruvolo. Al centro dell’assise congressuale, i temi del lavoro e dell’industria sostenibile. “Siamo pienamente coinvolti nella sostenibilità ambientale – ha detto Trimboli – della nostra industria, come confermano i numerosi accordi siglati dalla federazione sulla sicurezza ambientale e sui lavoratori. Riteniamo che sia fondamentale integrare le industrie nel territorio, nell’ottica di uno sviluppo sinergici”. Il segretario della Femca Cisl Messina ha tracciato un breve excursus dell’attività svolta nei 4 anni passati nei 3 comparti che fanno capo alla federazione. “Il settore della chimica – ha detto Trimboli – ha risentito come tanti altri della crisi generale ma siamo riusciti, esercitando una costante azione di pressing con le istituzioni e con le aziende a mantenere in vita alcune realtà importanti come la ex Pectine Italia, oggi acquisita dalla multinazionale Cargill. Abbiamo sollecitato l’Irsap al rilancio delle aree ex Asi ma a oggi il nostro appello non è stato raccolto. Nell’ambito della chimica farmaceutica, siamo impegnati nel coinvolgimento e nella tutela degli informatori scientifici che costituiscono un fondamentale strumento di garanzia per la salute dei consumatori”. Sul fronte dell’energia, Trimboli ha sottolineato le complessità del settore, a livello internazionale, nazionale e regionale. “Il quadro ha luci e ombre – ha detto – per cui si è scelto di puntare sulla produttività e sulla contrattazione di secondo livello, tenendo sempre come punti fermi i diritti dei lavori e la sostenibilità ambientale”. Sul settore manifatturiero e della moda Trimboli ha messo in evidenza la drammatica condizione del settore. “Le imprese sono state delocalizzate per lo più all’estero – ha detto – lasciando pochissime realtà alcune delle quali operano in modo sommerso. Il rilancio del comparto moda nella provincia passa dal creare capi che non siano seriali, investendo nella tradizione e nell’artigianato”. Altro argomento trattato è stato quello dell’azienda acquedotto di Messina (Amam). “E’ inaccettabile che si continuino a verificare nel 2017 interruzioni idriche come quelle del recente passato – ha affermato Trimboli – causate dalla vetustà delle reti. Riteniamo indispensabile che si approvi con urgenza la pianta organica dell’azienda. Le istituzioni avviino subito gli interventi per il rifacimento della rete. Solo così si potrà garantire un servizio idrico adeguato ed efficiente rispetto alle richieste del territorio”.

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