lunedì 17 luglio 2017

Il Cnel va riformato, non occupato


Nel suo ultimo libro, Avanti, di cui abbiamo potuto leggere generose anticipazioni su tutti i maggiori quotidiani di domenica scorsa, Matteo Renzi è tornato a parlare del Cnel, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, definendolo “l’ente più inutile della storia repubblicana” e ricordando come il suo referendum, se gli italiani avessero votato Si, lo avrebbe spazzato via. Può darsi che sia così, ma sta di fatto che 20 milioni di italiani hanno detto No respingendo la riforma costituzionale Boschi. Difficile dire che rappresentino il blocco sociale della casta. Si dirà: ma se si fosse trattato di votare solo per l’abolizione del Cnel l’ente di palazzo Lubin non esisterebbe già più. Ancora: può darsi e tuttavia con i se e con i ma non si fa la storia; il dato reale da cui partire e su cui ragionare è che la riforma che voleva abrogare il Cnel è stata respinta dagli elettori, mentre il Cnel, piaccia o no, è vivo.

Lo è talmente tanto che non solo è stato nominato dalla presidenza del Consiglio un nuovo presidente,il professor Tiziano Treu, ma in queste settimane, in queste ore si potrebbe dire, sta anche per essere rinnovata la composizione del suo consiglio. Ed è talmente vivo il Cnel che per farne parte si sono candidate ben 350 associazioni e sigle datoriali e sindacali per 48 posti a disposizione. Sarà dunque l’ente più inutile d’Italia questo Cnel ma allora perché questa gara ad entrarci? Anche da parte di sigle che a testuggine, lo scorso dicembre, erano schierate per il Si al referendum? E perché questa cura e questa attenzione al vaglio politico delle candidature da parte della presidenza del Consiglio e nello specifico di figure molto vicine all’ex premier Renzi? Non sarebbe allora più costruttivo per tutti – e soprattutto meno ipocrita – porre la questione del Cnel con trasparenza e con onestà politica e intellettuale?

Confimprenditori da mesi è impegnata in una serie di colloqui con esponenti del mondo istituzionale ed economico per presentare una riforma organica del Cnel che ne preveda il potenziamento con la possibilità effettiva per l’ente di formulare proposte di legge, che faccia del Cnel l’ambito in cui, grazie alla sinergia con il mondo della cultura e dell’università, vengano elaborate e discusse le idee che orientino mondo del lavoro e della politica in una realtà sempre più complessa, che soprattutto preveda il suo totale autofinanziamento da parte delle associazioni datoriali e sindacali che ne vogliano far parte, così da poter anche costituire un fondo a disposizione delle aziende in difficoltà come è il caso di quelle investite dal terremoto che ha recentemente colpito il centro Italia. Il che significa l’abbattimento totale del costo dell’ente da parte delle casse pubbliche. Una proposta su cui finora, a parte alcune lodevoli eccezioni, non è stata prestata attenzione a dimostrazione che il problema non è allora l’abbattimento dei costi del Cnel, ma il Cnel costituisce un pretesto di scontro politico.

La scorsa settimana, come presidente di Confimprenditori, ho inviato una lettera aperta alle massime cariche dello Stato e all’intero Parlamento dove si illustrava la proposta della nostra associazione e dove si spiegava che lungi dall’essere un ente inutile e obsoleto il Cnel, se riformato secondo criteri di efficienza e radicale compressione dei costi, rappresenta un ente strategico per garantire uno spazio di riflessione interno al mondo del lavoro e di confronto con la politica, soprattutto in un tempo di acuta crisi della rappresentanza e di crescente tensione sociale. D’altra parte il Cnel – si ricordava nella stessa lettera – non costituisce il caso di un’anomalia italiana: come è infatti noto esiste il Cese, Comitato economico e sociale europeo di cui nessuno, a quanto ci risulta, ha mai chiesto l’eliminazione. Perché dunque non ripartire da qui? Da parte degli sconfitti del referendum si tratta di riconsiderare la funzione del Cnel e di prendere atto che c’è qualcosa che non funziona nel mito della disintermediazione se il livello di tensione tra mondo del lavoro e delle parti sociali e politiche è andato in un continuo crescendo di tensioni e incomprensioni; da parte dell’istituzione Cnel si tratta invece di accettare l’esigenza di essere profondamente e radicalmente trasformato.

Perché è legittimo ma non serve e non basta chiedere il ripristino delle prerogative dell’ente, occorre chiedere di poter funzionare a pieno regime e in piena efficienza coinvolgendo in questa autoriforma le associazioni datoriali e sindacali che fanno parte del Cnel. Le quali devono assumere su se stesse l’onere della rappresentanza attraverso l’autofinanziamento da un lato e una riforma delle regole della rappresentanza dall’altro. Di sicuro la cosa peggiore sarebbe lasciare le cose come stanno in un sordo e sterile braccio di ferro tra un Cnel che resiste e le forze che per puntiglio ne vogliono l’eutanasia,intanto però pianificandone l’occupazione. Uno di quei casi per cui si potrebbe dire che la situazione è grave ma non è seria.

Stefano Ruvolo



Articolo originale su stefanoruvolo.it

mercoledì 5 luglio 2017

Servono politiche attive non incentivi


In questi giorni i dati forniti dall’Istat sulla situazione economica del paese appaiono contraddittori: da un lato crescono i consumi e la propensione al risparmio delle famiglie dall’altro però cresce anche la pressione fiscale, soprattutto sulle imprese, che arriva quasi al 40%, segnando un incremento di 0.3 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. E ancora: da un lato cresce l’importo del manifatturiero dall’altro però flette l’occupazione e scende sotto il 20 per cento anche il tasso di investimento delle imprese. Insomma anche in presenza di una lieve ripresa congiunturale restano aperte le falle di sistema che consistono in ultima analisi in una tassazione che sfiora ormai il 40% e in una spesa pubblica fuori controllo.

Di fronte a questi nodi l’errore è quello di reiterare una politica economica di incentivi a tempo che non genera né sviluppo né occupazione. I dati Istat che attestano un calo dell’occupazione a maggio 2017 – 51 mila unità in meno rispetto ad aprile – non suscitano da questo punto di vista particolare sorpresa. Era chiaro che la fine degli incentivi previsti dal Jobs act avrebbe causato una contrazione dell’occupazione, tendenza destinata a proseguire nei mesi a venire. Diminuisce peraltro anche il numero di lavoratori indipendenti e dipendenti a tempo indeterminato mentre aumentano i dipendenti a termine.

E i più colpiti dal dramma della disoccupazione sono ancora i giovani – +1,8% a maggio e 37% complessivo, il record negativo in Europa – e il mezzogiorno. Lo abbiamo detto e lo ripetiamo: senza crescita del Pil parlare di ripresa è un’illusione, soprattutto non si può parlare di ripresa se non ripartono gli investimenti da parte delle aziende che invece, come si diceva, registrano una flessione anche per tenere testa ai costi proibitivi del lavoro in Italia. Mancano politiche attive, investimenti infrastrutturali nel meridione, tagli seri e decisivi al cuneo fiscale, manca in una parola la consapevolezza che lavoro e sviluppo non si creano a suon di incentivi.

Stefano Ruvolo



Articolo originale su stefanoruvolo.it

lunedì 26 giugno 2017

La ripresina che rischia d’essere effimera


La soddisfazione sulle proiezioni del Fmi per il 2017 che attestano una ripresa dell’Italia all’1,3 di Pil al luogo dell’0,8 è naturalmente una buona cosa. Come lo è l’attestazione da parte del commissario straordinario alla revisione della spesa Yoram Gutgeld di un progresso sul fronte della spending review. Tuttavia è ancora presto per parlare di un’inversione di tendenza generale e di una ripresa.

Occorre ricordare infatti che la ripresa, trainata soprattutto dal settore dei servizi, rischia di essere effimera visto che non sono affatto scongiurati i rischi di tenuta sistemica dei conti del paese e considerando che nel 2018, fra qualche mese cioè, verrà a cessare la protezione del quantitative easing, che segnerà un rialzo del costo del debito. Occorre anche ricordare che la spesa pubblica continua a mangiarsi il 49,6% del Pil e che il deficit continua a intaccare rendite e risparmi degli italiani. Tradotto significa che il lavoro che resta da fare è enorme. A cominciare dai fronti su cui insistere per dimagrire la spesa improduttiva dello Stato: dalla riduzione drastica del numero delle centrali appaltanti per l’acquisto su beni e servizi alla compressione della spesa, dove andrebbe fatta valere la piena applicazione dei costi standard, dalla razionalizzazione delle aziende partecipate dei comuni tramite soppressione delle partecipate che non forniscono servizi pubblici alla riduzione di spesa significativa del numero dei dirigenti nel pubblico per avvicinarli alla media Ocse e Ue. Un lavoro che potrebbe riportare nelle casse pubbliche almeno 10 miliardi di euro. Sul fronte della ripresa si tratta di far ripartire il lavoro e di liberare le aziende soprattutto le medie e piccole da un’insostenibile pressione fiscale a cominciare dal rendere l’Imu sugli immobili strumentali deducibile dal reddito d’impresa passando per la revisione della tassazione Irpef sulle imprese personali. E allargando l’area di interesse del taglio del cuneo fiscale. D’altra parte sarebbe del tutto inutile utilizzare i risparmi che vengono dalla spending review per politiche fiscali non strutturali. Senza le quali non ci sarà mai vera ripresa.

Stefano Ruvolo



Articolo originale su stefanoruvolo.it

mercoledì 14 giugno 2017

Il Cnel, funerale o rinascita?


Mentre la gazzetta ufficiale pubblica il dpr del 16 maggio scorso che nomina Tiziano Treu a presidente del Cnel, non si riesce ancora a capire quale sia l’esatta posizione del governo sullo stesso Cnel, sul suo futuro, sulla sua funzione, sulla necessità di una sua riforma. La scorsa settimana il ministro allo sviluppo economico Carlo Calenda dichiarava che il Cnel è un cadavere che va seppellito e non riesumato. Parole forti espressione di un pensiero radicale e legittimo sul destino del Cnel, ente che a Calenda evidentemente pare del tutto inutile e indegno di vivere.

La notizia però non sono le parole di Calenda, è il silenzio assordante del governo che non ha smentito un ministro che dovrebbe essere sua espressione. Se ne deve dunque dedurre o che sia in corso una tensione tra Calenda e l’esecutivo che rappresenta oppure che il ministro abbia parlato a titolo esclusivamente personale. Non sono differenze di poco momento considerando che il Cnel ha appunto un nuovo presidente – nominato dal governo che Calenda rappresenta – ed è in via di rinnovare la sua composizione. Tuttavia siccome non viviamo in una teocrazia dove i sudditi devono interpretare le intenzioni del potere non osando poterlo interrogare sarebbe civile e doveroso capire quale deve essere il destino del Cnel, che tipo di organo si va costituendo e con quali scopi e funzioni, se Treu è stato chiamato per celebrare un funerale.

Confimprenditori ha sempre difeso ruolo e prerogative del Cnel dicendo No al referendum del 4 dicembre che voleva abrogarlo. Ma era una difesa vincolata a un progetto di riforma dell’ente. Se ora l’intenzione è invece quella di rinnovare la composizione del Cnel sullo stile della riesumazione di un cadavere, come dice Calenda, senza dunque aprire a forze nuove e senza una riforma, si dovrebbe avere il coraggio di dirlo.

Stefano Ruvolo



Articolo originale su stefanoruvolo.it

lunedì 5 giugno 2017

Adesso hanno fretta di votare


Non si capisce bene cosa muova questa corsa al voto cominciata da alcuni giorni. Almeno non lo capisce chi è guidato dal principio della ragione e dal senso della responsabilità. Se non ci fossero gli indicatori analitici basterebbe infatti il comune buon senso a suggerire che sciogliere la legislatura prima del suo termine naturale, mettendo a repentaglio la legge di stabilità, significa candidare il paese all’ingovernabilità, all’incertezza politica e a una finanza d’emergenza.

Mario Monti ha detto bene: non si può andare alle elezioni per soddisfare la voglia di rivincita di qualcuno, tanto più che l’avventura elettorale che dovrebbe peraltro cominciare in piena estate significherebbe posticipare l’approvazione della legge di bilancio oltre il 31 dicembre così da far scattare l’esercizio provvisorio con la conseguenza dell’attivazione delle clausole di salvaguardia.

Tradotto significa che a imprese e cittadini, a lavoratori e famiglie verrebbe inflitto l’aumento dell’Iva al 25%, una misura fortemente caldeggiata dall’Europa ma che per l’Italia vorrebbe dire forte depressione dei consumi interni e dunque contrazione produttiva per le piccole e medie aziende. Dicono, i sostenitori del voto anticipato, che delle urne non si deve mai avere paura, che il voto è il sale della democrazia, che la parola va data al popolo. Che belle parole. Peccato che a dirle sono gli stessi che non ci fanno votare dalla caduta del governo Letta, che alle richieste di voto rispondevano dicendo che non era quello il momento, che prima venivano le riforme, che c’era un patto da onorare con Giorgio Napolitano.

Adesso che siamo gli osservati speciali dell’Europa invece – molto di più di Spagna e Portogallo – che siamo alla vigilia di una legge di bilancio strategica e fondamentale per i conti pubblici, della fine del quantitative easing e sotto minaccia di bail-in per le due banche venete in crisi, proprio adesso, nel massimo dell’incertezza politica e finanziaria, coi corvi della speculazione già pronti a scendere in picchiata sul paese, a costoro è presa la fretta di andare a votare.

Con una legge elettorale magari migliore dell’Italicum – e non ci vuole molto – ma che apre la possibilità di ogni possibile scenario se non dell’ingovernabilità. L’auspicio da parte di chi fa impresa è che prevalga il senso della nazione su quello della fazione, l’interesse collettivo su quello individuale, la responsabilità sull’ambizione.

La speranza è che l’autorevolezza del presidente Mattarella, perplesso di fronte all’accelerazione che hanno preso gli eventi, possa indurre tutti a più avvedute decisioni.

Stefano Ruvolo



Articolo originale su stefanoruvolo.it

mercoledì 24 maggio 2017

Perché è fallito il bonus sud


Bonus e incentivi non bastano e non servono a far ripartire l’economia e l’occupazione. Non funziona così, non ha mai funzionato così. Nemmeno stavolta, con il Jobs act, che si è purtroppo rivelato un fallimento come testimoniano i dati forniti dall’Inps usciti alla fine della settimana appena trascorsa. I rapporti di lavoro a tempo indeterminato, secondo l’Inps, sono calati del 7,4% sul primo trimestre del 2016 mentre se si segue l’andamento del saldo per le assunzioni dal primo trimestre del 2015 – quando gli sgravi contributivi erano totali, agli ultimi, in cui gli sgravi sono a calare fino all’esaurimento, si registra una diminuzione progressiva e costante delle assunzioni: da oltre 200mila a 17.500. Era evidente che questa sarebbe stata la prospettiva: il lavoro non si crea con gli incentivi.

Ricordate il bonus assunzioni al sud? Confimprenditori aveva condotto nei mesi scorsi una dura e lunga battaglia, supportata dal quotidiano Il Mattino, per ottenere lo sblocco del portale Inps così che le aziende potessero adempiere la procedura per avere accesso agli sgravi. Per il Bonus sud erano stati stanziati 500 milioni di euro in sgravi contributivi per le aziende che avessero deciso di assumere giovani disoccupati. Una decontribuzione che Confimprenditori aveva salutato con favore considerata la generale disattenzione verso le piccole e medie imprese. Tuttavia dei 500 milioni stanziati per Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia, ne sono rimasti a disposizione circa 390 milioni; sono stati spesi dunque per le assunzioni appena 110 milioni di euro.

Le stesse proporzioni si registrano sulle regioni in transizione – Abruzzo, Molise, Sardegna – dove su 30 milioni stanziati ne sono rimasti 11. Per quanto riguarda invece il Fondo garanzia giovani su 200 milioni stanziati ne sono rimasti 155. Cifre anche queste fornite dalla banca dati Inps. Dati che dimostrano in sostanza che le aziende non assumono e che da soli, bonus e incentivi, non bastano a far ripartire occupazione e mercato del lavoro. Servono piuttosto misure strutturali sulla semplificazione burocratica, un deciso taglio al cuneo fiscale da ottenere con una spending review scientifica alla spesa improduttiva e una politica di agevolazioni di accesso al credito.

La spada di Damocle dell’aumento dell’Iva inoltre, vagheggiata a momenti alterni dal governo in vista della vera manovra di autunno  – misura che deprimerebbe i consumi interni – non aiuta certo le imprese a pianificare serenamente le proprie strategie aziendali sul medio termine e dunque a investire sulle assunzioni. Serve un’altra politica economica. E prima ancora un salto culturale e un cambiamento di mentalità.

Stefano Ruvolo



Articolo originale su stefanoruvolo.it

giovedì 18 maggio 2017

Cnel, la nostra riforma


Nella sua intervista al Corriere della Sera di domenica scorsa il professor Tiziano Treu, chiude la polemica sulla sua nomina a presidente del Cnel, lui che è stato un sostenitore del Si al referendum costituzionale del 4 dicembre. Treu conferma di essere sempre stato contrario all’abolizione e che avrebbe detto No a una specifica domanda sull’abrogazione dell’ente. A Confimprenditori fa piacere sentire queste parole considerando che la nostra associazione ha sempre ribadito, unica tra tutte le altre, e fino alla vigilia del referendum dello scorso dicembre, che il Cnel andava riformato ma non abolito.

Questo nella convinzione che la cancellazione di ogni occasione di confronto istituzionale tra politica, associazioni datoriali e mondo sindacale, soprattutto in tempi di crisi profonda della rappresentanza, fosse un errore gravissimo. E certo il Cnel va riformato a fondo rilanciandone poteri e funzioni ma soprattutto abbattendone i costi. Treu dice che il Cnel non sarà più investito dell’argomento polemico del “tanto stanno lì a scaldare la sedia e a prendere soldi a sbafo” semmai, chiarisce il professore, “saranno le parti sociali come i sindacati o la Confindustria a pagare un’indennità alle loro delegazioni e i consiglieri non peseranno un euro sul bilancio pubblico”.

E’ un buon inizio ma Confimprenditori va oltre. In una proposta di riforma del Cnel elaborata dal centro studi di Confimprenditori è previsto l’autofinanziamento del Cnel da parte della associazioni che ne vogliano far parte. Deve valere per le associazioni e per il Cnel lo stesso criterio che vale sull’autofinanziamento dei partiti. Le associazioni datoriali e sindacali dovranno dunque versare una quota congrua per partecipare al Cnel in rappresentanza delle istanze e degli interessi dei loro iscritti andando così a costituire anche un fondo di emergenza a cui possano attingere gli imprenditori in difficoltà. Come quelli colpiti dall’ultimo terremoto che ha devastato il centro Italia.

Occorre rompere lo schema di cooptazione finora invalso nella nomina a palazzo Lubin delle vecchie sigle della rappresentanza. Al fianco delle sigle storiche deve essere ormai fatto spazio a forze nuove di rappresentanza soprattutto, per quanto riguarda il settore datoriale, nel campo delle piccole e medie imprese: il 97% della forza produttiva del paese che oggi soffre un deficit atroce e colpevole di rappresentanza. E che vuol far sentire la propria voce. Nell’idea di una partecipazione democratica ai momenti istituzionali della rappresentanza e del principio di autodeterminazione e di autofinanziamento delle associazioni.

Stefano Ruvolo



Articolo originale su stefanoruvolo.it

giovedì 4 maggio 2017

Alitalia: due pesi e due misure


Il neosegretario del Pd Matteo Renzi dice che Alitalia non può andare in malora, che ha una proposta nel cassetto che tirerà fuori entro il 15 maggio. Bene, siamo curiosi di conoscere questa proposta, di conoscerne il costo soprattutto.

Dopo avere assorbito quasi 8 miliardi di contributi statali a fondo perduto il fatto che a favore di Alitalia possa ricominciare una politica di assistenzialismo ci rende molto preoccupati. Intanto il governo ha garantito un prestito ponte di altri 600 milioni di euro per i 6 mesi di commissariamento. E’ bene ricordare che stiamo parlando di un’azienda che nei 34 anni precedenti di amministrazione controllata, ha chiuso per 20 volte il bilancio annuale in deficit. Un’azienda che ha una spesa di manutenzione del 40% superiore a quella media del panorama internazionale e che continua a perdere oltre due milioni di euro al giorno. E questo mentre si stringe sempre di più la morsa fiscale intorno alle piccole e medie imprese.

Tra le chicche della manovrina c’è l’allargamento dello split payment che investirà anche professionisti e imprese finora esclusi. Lo split payment prevede in 310mila in più, le piccole imprese che dovranno garantire nel 2017 1 miliardo di Iva. Vale la pena ricordare in cosa consiste lo split payment: all’impresa viene versato dall’ente della Pa l’ammontare dovuto per la prestazione al netto dell’Iva, poi l’ente di P.A. si occuperà di versare l’Iva a debito dovuta.

Insomma in nome della lotta all’evasione fiscale, viene tolta liquidità alle aziende e ai professionisti per metterla nelle tasche di un erario sempre più vorace. Non solo in questo modo si registrerà un aumento dell’ammontare dei crediti Iva da parte della Pa ai privati. Una norma iniqua, punitiva e dannosa verso un’ampia platea di contribuenti che trasformerà professionisti e piccole e medie imprese in prestatori di liquidità per le casse dello stato. Accostare il caso Alitalia e quello delle Pmi italiane è istruttivo, crediamo, riguardo all’asimmetria di trattamento che lo Stato riserva alle sue grandi partecipate e ai medi e piccoli imprenditori. Lasciati soli, liberi di andare tranquillamente in malora magari proprio perché vantano crediti con quello Stato che non li paga perché deve ripianare i debiti di Alitalia mettendo riparo alle sciagure di un management pubblico inqualificabile. Due pesi, due misure. Inaccettabile.

Stefano Ruvolo



Articolo originale su stefanoruvolo.it

giovedì 20 aprile 2017

Una tassazione che uccide imprese e lavoro


Secondo l’ultimo Rapporto della Corte dei Conti sul coordinamento della finanza pubblica il cuneo fiscale in Italia supera di 10 punti la media europea. Il 49% dei redditi prelevato a titolo di contributi e di imposte (a carico del lavoratore) eccede di ben 10 punti l’onere che si registra mediamente nel resto d’Europa. Sono numeri impressionanti che confermano il trend segnalato dai dati OECD del 2016 secondo i quali il peso del cuneo fiscale italiano, negli ultimi cinque anni, è passato dal 47,2 al 49%. Insomma, nonostante i proclami da parte degli ultimi governi di voler abbassare il costo del lavoro la situazione fiscale continua a peggiorare per imprese e lavoratori.

Peggiora anche dal punto del carico fiscale complessivo (societario, contributivo, per tasse e imposte indirette) che secondo le stime della Corte dei Conti penalizza l’operatore italiano in misura (64,8%) eccedente quasi 25 punti l’onere per l’omologo imprenditore dell’area Ue/Efta. Non basta: per i magistrati contabili esiste in Italia anche un problema di burocrazia che crea moltiplicazione di costi, infatti anche “i costi di adempimento degli obblighi tributari che il medio imprenditore italiano è chiamato ad affrontare sono significativi: 269 ore lavorative, il 55% in più di quanto richiesto al suo competitor europeo”. Insomma dopo dieci anni di manovre tanto estese quanto imponenti resta l’esigenza di ridurre la pressione fiscale, in particolare modo sui lavoratori e le imprese.

Obiettivo raggiungibile solo attraverso un ridimensionamento e una rimodulazione della spesa dello Stato e un taglio del cuneo fiscale direttrici lungo le quali non si è certo mosso il governo Renzi che ha preferito usare il sistema dei bonus sul lavoro. La domanda che oggi si pongono le imprese riguarda le intenzioni del governo Gentiloni. Che cosa vuol fare il nuovo esecutivo? Taglierà le tasse sul lavoro dopo avere annunciato a marzo il taglio del cuneo fiscale? Oppure preferirà continuare sulla strada effimera e improduttiva degli incentivi per le assunzioni? Non c’è un tempo infinito per imprimere una svolta alla politica economica del paese.

Stefano Ruvolo



Articolo originale su stefanoruvolo.it

martedì 28 marzo 2017

Rimodulare il cuneo fiscale, senza aumentare l’Iva


L’ipotesi di aumentare l’Iva per finanziare la riduzione del cuneo fiscale promessa dal premier Gentiloni a inizio marzo è il tema di cui si sta discutendo all’interno della maggioranza in questi giorni. L’ex premier Renzi si è detto fermamente contrario sia all’una che all’altra misura: contro il taglio del cuneo fiscale – perché secondo lui non è una misura che porterebbe benefici all’economia – e contro l’aumento dell’Iva visto il momento difficile per le famiglie. Una posizione singolare, oltre che comoda, quella di Renzi visto che proprio l’aumento dell’Iva era stato inserito dal suo governo tra le clausole di salvaguardia. E’ noto tuttavia che il combinato disposto tra la riduzione del carico fiscale attraverso il taglio delle imposte dirette – che andrebbe a beneficio di imprese e lavoratori dipendenti – e l’innalzamento di quelle dirette, che andrebbe a discapito dei consumatori – sarebbe in linea con le indicazioni dell’unione europea. Da tempo Bruxelles spinge con forza per imporre al nostro paese l’innalzamento dell’Iva ordinaria dal 22% al 24% e di quella agevolata dal 10% al 13% nella prospettiva di uno spostamento del carico fiscale dal lavoro ai consumi. Questo per onorare uno schema astratto che soddisfa i parametri europei danneggiando però la nostra economia. Si tratta infatti di una prospettiva miope che vanificherebbe anche l’eventuale taglio del cuneo fiscale visto che a pagare più salato l’aumento dell’Iva sarebbero le fasce più economicamente fragili della popolazione come i pensionati e i disoccupati. Considerando che siamo in presenza di una crescita economica ancora timidissima e che il Jobs act non ha inciso sui livelli ancora altissimi di disoccupazione, soprattutto giovanile, l’aumento dell’Iva condizionerebbe negativamente l’economia deprimendo i consumi interni – beni e servizi di prima necessità come pane, carne, latte, acqua, energia elettrica, raccolta rifiuti, medicinali, trasporti – così penalizzando le stesse imprese che pure trarrebbero un immediato giovamento dal taglio del cuneo fiscale. Come uscire dal circolo vizioso e da questa impasse? Con i criteri del buon senso che sono sempre la misura e il realismo. Del resto in un paese dove negli ultimi 5 anni la tassazione per i lavoratori dipendenti è aumentata dell’1,8% è necessario intervenire con una misura strutturale sulle politiche fiscali limitandosi alle detrazioni per i lavoratori dipendenti. Il centro studi di Confimprenditori ha sviluppato un’ipotesi analitica e particolareggiata di intervento sulle detrazioni relative agli scaglioni di reddito del dipendente tenendo in conto fattori come coniuge a carico, figli ed eventuali disagi sociali.  La detrazione per coniuge a carico per esempio potrebbe diventare nella misura fissa 1.800,00 euro sino al reddito imponibile di euro 55.000. Oltre i redditi di 55.000 la detrazione del coniuge a carico andrebbe decurtata del 20% per ogni scaglione di reddito. La detrazione per i figli dovrebbe essere in misura di euro 1.220,00 per ogni figlio aumentata di ulteriori 600,00 euro se il figlio è minore sotto i tre anni ed un ulteriore aumento di 1.400,00 se il figlio è portatore di Handicap. Un intervento realistico e fattibile che ridarebbe ossigeno a lavoratori e famiglie rilanciando spesa e consumi e generando un circuito virtuoso per le imprese.

Stefano Ruvolo

 



Articolo originale su stefanoruvolo.it

martedì 21 marzo 2017

Un contratto di reinserimento


Di fronte ai dati sempre crescenti della disoccupazione, un fenomeno che il Jobs act non ha nemmeno scalfito (secondo l’Istat sono 3milioni i disoccupati in Italia) la politica continua a rispondere con gli slogan e la demagogia, senza riuscire a mettere in campo né un pensiero lungo né rimedi efficaci di impatto immediato. Abituata ormai al costume dell’annuncio parla di reddito di cittadinanza, di lavoro di cittadinanza, di sostegno all’inclusione – senza naturalmente mai dirci come si dovrebbero sostenere simili provvedimenti – limitandosi a eliminare quello che bene o male c’è, come i voucher.

E’ vero il premier Gentiloni ha parlato della necessità di un taglio al cuneo fiscale e al costo del lavoro – una misura necessaria e già più seria – ma ancora non si capisce bene in cosa e in quanto consistano questi tagli né è dato sapere quando e come verrà incardinata concretamente questa proposta. Si vive alla giornata senza un progetto, senza una visione.

Qualche giorno fa ricorreva il quindicesimo anniversario della morte di Marco Biagi, assassinato a Bologna dalle Brigate rosse il 19 marzo del 2002. Il suo allievo, il giuslavorista Michele Tiraboschi, in un’intervista rilasciata al Fatto Quotidiano ha ricordato come tutta la parte costruttiva della riforma Biagi, le politiche attive per il reinserimento professionale di chi perdeva il lavoro, sia stata disattesa. E notava anche come il Jobs act sia una riforma tecnicamente fallita. La premessa alla base della riforma del lavoro del governo Renzi era infatti quella di rendere meno complessa la procedura per risolvere i rapporti di lavoro in essere ma al contempo di creare strutture che prendano in carico chi resta senza lavoro. Tiraboschi rileva che dopo 3 anni, le politiche attive sono praticamente inesistenti.

Oggi dunque come 15 anni fa. Pochi giorni prima di essere assassinato Biagi definì “uno scandalo” il fatto che i servizi per l’impiego non funzionassero. Ecco, oggi l’unico strumento di politica attiva sarebbe l’assegno di ricollocazione gestito dall’Anpal, un istituto che stenta addirittura a partire e che già nella sua fase iniziale ha evidenziato criticità sostanziali, come per esempio la diversità della gestione delle politiche attive nelle varie regioni d’Italia. Insomma si dibatte, si annunciano riforme, si teorizzano massimi sistemi ma intanto le imprese vengono strangolate da tasse e burocrazia e le persone continuano a perdere il lavoro.

Che fare? Confimprenditori pensa a un contratto di reinserimento professionale a cui potrebbero accedere i lavoratori che percepiscono la Naspi i quali oltre a un reinserimento nel circuito produttivo avrebbero un’integrazione salariale rispetto all’ammortizzatore sociale di cui usufruiscono. Un rapporto che se dovesse avere come esito l’assunzione a tempo indeterminato potrebbe mettere l’azienda in condizione di beneficiare della dote dell’assegno di ricollocazione. Si tratterebbe di uno strumento di sussidiarietà tra pubblico e privato che renderebbe più agevole il reinserimento lavorativo superando una gestione esclusivamente pubblica lunga e farraginosa. E’ una proposta su cui discutere naturalmente, ma è fattibile e concreta. L’alternativa è continuare a dibattere di centri per l’impiego, corsi di formazione per il reinserimento nel ciclo produttivo e redditi di cittadinanza. Magari per altri 15 anni.

Stefano Ruvolo



Articolo originale su stefanoruvolo.it

venerdì 17 marzo 2017

Ora via il ticket sui licenziamenti


Se il governo Gentiloni fa sul serio, se davvero intende mettere mano a una riforma del lavoro attraverso l’abbattimento del cuneo fiscale sarebbe, va da sé, un’ottima notizia. E un simile provvedimento meriterebbe da parte del mondo delle imprese e del lavoro tutto il sostegno possibile. L’uso del condizionale è però d’obbligo considerando che la politica degli ultimi anni ci ha abituato ad ascoltare annunci a cui poi non ha quasi mai fatto seguito qualche provvedimento concreto e duraturo. Tuttavia perché non si tratti di un bluff o di un’operazione incompiuta è necessario che nel pacchetto sul taglio strutturale che dovrebbe investire tutto il lavoro stabile venga inserita anche la cancellazione del ticket sui licenziamenti per giusta causa.

Vale la pena spiegare bene di cosa si tratta anche per capire l’assurdità di una simile tassa aggiuntiva sulle imprese che oltre ad essere onerosa, come tutte le tasse, è soprattutto ingiusta. La normativa sul ticket di licenziamento, introdotto con la riforma Fornero, stabilisce che il datore di lavoro è tenuto a versare il ticket di licenziamento anche nei casi in cui la cessazione del rapporto di lavoro con il suo dipendente non sia avvenuta per sua volontà ma sia avvenuta per giusta causa o per giustificato motivo soggettivo. Non solo: essendo il metodo di calcolo per il contributo non proporzionale – perché non considera la differenza tra lavoro part time e full time – recava un ulteriore danno al datore di lavoro che dovrà sostenere un costo aggravato nel caso di un lavoratore part time.

E’ del tutto evidente l’assurdità di una norma che sancisce di fatto che il costo di un lavoratore licenziato per giusta causa – ossia per motivi molto gravi che vanno dall’assenteismo al furto in azienda passando per il comportamento violento con colleghi o datori di lavoro – gravi, attraverso il ticket, sulle spalle del datore di lavoro, il quale peraltro contribuisce già con un regime di tassazione elevato al mantenimento del welfare. Non c’è molto da aggiungere, c’è solo da mettere in campo ogni iniziativa di pressione sul governo per cancellare il ticket licenziamenti. Una battaglia che Confimprenditori ha appena cominciato e su ci attendiamo anche la convergenza e l’impegno delle altre associazioni datoriali. Anche considerando che il ticket grava su tutti gli imprenditori, al di là delle tessere associative che hanno in tasca. Riusciamo almeno in questo a creare un fronte unitario?

Stefano Ruvolo



Articolo originale su stefanoruvolo.it

mercoledì 8 marzo 2017

Una vittoria di Confimprenditori


Ci eravamo lasciati la scorsa settimana con l’impegno del presidente dell’Inps Tito Boeri a sbloccare, entro il 30 marzo, il portale dell’ente per accedere alla pratica degli sgravi contributivi per le assunzioni al sud. Mercoledì scorso l’Inps, con una circolare che consente l’attuazione del decreto del governo, ha annunciato che l’attesa non andrà oltre il 15 marzo. Un’accelerazione inaspettata ma benvenuta di cui diamo atto al vertice dell’ente previdenziale che evidentemente non è rimasto sordo a una reiterata richiesta venuta da imprese e lavoratori per voce della nostra associazione.

Questa infatti è una vittoria di cui Confimprenditori rivendica serenamente la paternità visto che su questa battaglia l’associazione ha insistito per settimane cercando attenzione nelle sedi politiche e istituzionali, trovando alla fine ascolto nel presidente della Commissione Lavoro Bernardo che si è speso con noi per avere dall’Inps una risposta. In questa battaglia di sensibilizzazione va anche ricordato il contributo fondamentale del quotidiano “Il Mattino” che ha seguito passo a passo l’evoluzione del caso, sollecitandone a sua volta la soluzione. Del resto va ricordato che la misura del bonus lavoro, sotto forma di sgravi fiscali per le aziende del meridione, sarebbe dovuta essere attiva già dal 1° gennaio 2017 e non si deve dimenticare che le procedure sono legate a fondi contingentati prevedendo perciò anche un’erogazione sull’ordine di arrivo delle domande.

E’ una vicenda questa del blocco del portale Inps che richiama per le forme e i modi in cui si è svolta due questioni che andrebbero messe seriamente a tema. La questione burocratica italiana senza dubbio ma anche la funzione della rappresentanza sindacale e datoriale. Perché alla fine di questa storia resta una domanda: ma associazioni d’impresa e sindacati dov’erano in questi due mesi mentre Confimprenditori intraprendeva una battaglia per le aziende e i lavoratori? Perché non s’è levata una parola, una protesta, una domanda a nome di aziende e di lavoratori sul blocco del portale Inps che ha ritardato le assunzioni? Non lo diciamo con intento polemico ma per senso di responsabilità. Perché se le associazioni di rappresentanza non rappresentano più nessuno che senso hanno? Che futuro sperano di avere?

Stefano Ruvolo



Articolo originale su stefanoruvolo.it

giovedì 2 marzo 2017

Boeri mantiene la parola e sblocca le assunzioni al sud


“Siamo soddisfatti nel vedere che l’Inps ha finalmente sbloccato i fondi per le assunzioni al sud”. E’ quanto sostiene il presidente di Confimprenditori, Stefano Ruvolo a margine dello sblocco del portale dell’ente di previdenza.

“Dobbiamo ricordare che la misura del bonus lavoro sotto forma di sgravi fiscali per le aziende del meridione sarebbe dovuta essere attiva già dal 1° gennaio 2017 e che, come associazione di riferimento della piccola e media imprenditoria, abbiamo a più riprese chiesto spiegazioni sulla totale assenza, nel portale Inps, della circolare che permetteva di avviare le procedure”.

Ruvolo ricorda come le procedure siano legate a fondi contingentati e che perciò prevedono anche un’erogazione sull’ordine di arrivo delle domande. Un particolare importante in riferimento al dato temporale del blocco del portale. Diamo atto al presidente dell’Inps Tito Boeri di aver mantenuto l’impegno preso e rivendichiamo la battaglia svolta per arrivare a questo obiettivo utile sia alle imprese che ai lavoratori”.

Articolo originale su Confimprenditori.it



Articolo originale su stefanoruvolo.it

D’accordo con Camusso: il Cnel va riformato non abolito


Cosa ne sarà del Cnel dopo il referendum del 4 dicembre? Se lo domanda in una nota il presidente di Confimprenditori Stefano Ruvolo ricordando che l’ente a oggi, dopo le dimissioni di gran parte dei suoi consiglieri non è più di fatto operativo. E questo mentre Sinistra italiana, con Arturo Scotto, rilancia la proposta di abolirlo mettendo all’ordine del giorno una discussione alla Camera. Più interessante la posizione della Cgil che pensa invece a una riforma dell’ente, cercando a questo fine un’interlocuzione con sindacati e associazioni datoriali”.

Confimprenditori è del parere che il Cnel non vada abolito ma riformato, d’accordo quindi con Susanna Camusso. “La nostra associazione – ricorda Ruvolo – già all’indomani dell’esito referendario aveva proposto una radicale riforma del Cnel al fine di snellire l’ente e riconsegnarlo alla sua reale funzioneChe oggi è quella di rispondere alla crisi di rappresentanza del mondo del lavoro il quale va dotato di uno strumento in grado di incidere nel dibattito pubblico e formulare proposte di legge. Va anche ricordato – aggiunge Ruvolo – che l’abolizione del Cnel, ipotesi bocciata dal referendum, taglierebbe anche ogni legame con il Cese, Comitato Economico Sociale Europeo che è l’organo consultivo del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione, espressione dei corpi intermedi. In Italia ormai senza voce”.

Articolo originale su Confimprenditori.it



Articolo originale su stefanoruvolo.it

Milazzo: Stefano Trimboli riconfermato segretario generale Femca Cisl Messina


Stefano Trimboli, 47 anni, dipendente della raffineria di Milazzo, è stato riconfermato segretario generale della Femca Cisl di Messina. Confermati nella segreteria, Mimma Barresi e Giovanni Sindoni. L’elezione è avvenuta oggi, a Palazzo d’Amico a Milazzo nell’ambito del V congresso territoriale della federazione che segue i lavoratori dei settori energia, moda e chimica. Presenti: la segretaria territoriale della Cisl Messina, Mariella Crisafulli, il sindaco di Milazzo, Giovanni Formica, il segretario generale della Femca Cisl Sicilia, Franco Parisi e il segretario nazionale della Femca Cisl, Stefano Ruvolo. Al centro dell’assise congressuale, i temi del lavoro e dell’industria sostenibile. “Siamo pienamente coinvolti nella sostenibilità ambientale – ha detto Trimboli – della nostra industria, come confermano i numerosi accordi siglati dalla federazione sulla sicurezza ambientale e sui lavoratori. Riteniamo che sia fondamentale integrare le industrie nel territorio, nell’ottica di uno sviluppo sinergici”. Il segretario della Femca Cisl Messina ha tracciato un breve excursus dell’attività svolta nei 4 anni passati nei 3 comparti che fanno capo alla federazione. “Il settore della chimica – ha detto Trimboli – ha risentito come tanti altri della crisi generale ma siamo riusciti, esercitando una costante azione di pressing con le istituzioni e con le aziende a mantenere in vita alcune realtà importanti come la ex Pectine Italia, oggi acquisita dalla multinazionale Cargill. Abbiamo sollecitato l’Irsap al rilancio delle aree ex Asi ma a oggi il nostro appello non è stato raccolto. Nell’ambito della chimica farmaceutica, siamo impegnati nel coinvolgimento e nella tutela degli informatori scientifici che costituiscono un fondamentale strumento di garanzia per la salute dei consumatori”. Sul fronte dell’energia, Trimboli ha sottolineato le complessità del settore, a livello internazionale, nazionale e regionale. “Il quadro ha luci e ombre – ha detto – per cui si è scelto di puntare sulla produttività e sulla contrattazione di secondo livello, tenendo sempre come punti fermi i diritti dei lavori e la sostenibilità ambientale”. Sul settore manifatturiero e della moda Trimboli ha messo in evidenza la drammatica condizione del settore. “Le imprese sono state delocalizzate per lo più all’estero – ha detto – lasciando pochissime realtà alcune delle quali operano in modo sommerso. Il rilancio del comparto moda nella provincia passa dal creare capi che non siano seriali, investendo nella tradizione e nell’artigianato”. Altro argomento trattato è stato quello dell’azienda acquedotto di Messina (Amam). “E’ inaccettabile che si continuino a verificare nel 2017 interruzioni idriche come quelle del recente passato – ha affermato Trimboli – causate dalla vetustà delle reti. Riteniamo indispensabile che si approvi con urgenza la pianta organica dell’azienda. Le istituzioni avviino subito gli interventi per il rifacimento della rete. Solo così si potrà garantire un servizio idrico adeguato ed efficiente rispetto alle richieste del territorio”.

Articolo originale su strettoweb.com



Articolo originale su stefanoruvolo.it

martedì 28 febbraio 2017

Sblocco assunzioni al sud: un passo avanti


Batti e ribatti un risultato Confimprenditori lo ha ottenuto sullo  sblocco delle assunzioni al sud. Il presidente dell’Inps Tito Boeri si è impegnato con una lettera inviata a Maurizio Bernardo, presidente della Commissione Finanze della Camera, che si era interessato dell’argomento, ad attivare le misure per rendere operativa, sul portale dell’ente, la procedura indispensabile alle aziende per fare le assunzioni. Boeri ha assicurato che il problema sarà risolto entro e non oltre il mese di marzo, un impegno che sarà sicuramente mantenuto e di cui Confimprenditori e le imprese interessate alla questione, prendono positivamente atto. Tuttavia, in attesa dello sblocco effettivo del portale Inps, che potrebbe avvenire fra un mese, è doveroso fare alcune considerazioni.

La prima è che il sito dell’ente avrebbe dovuto essere operativo dal 1° gennaio di quest’anno, avrebbe dovuto essere funzionante cioè da almeno due mesi. Non è un ritardo lieve né compatibile con i tempi e le esigenze con cui oggi lavorano aziende e imprenditori. La seconda è che per avere una risposta da parte del presidente dell’Inps sullo sblocco della procedura per le assunzioni la nostra associazione ha dovuto imbastire una battaglia mediatica e politica impegnativa, interessando di questo caso giornali nazionali e esponenti del governo.

Chiamando in causa anche il ministro del Lavoro Giuliano Poletti che del decreto sugli sgravi contributivi per le assunzioni al sud è firmatario. La terza considerazione è che questo ritardo ha già arrecato un danno importante alle aziende del sud e più in generale all’economia del mezzogiorno le cui criticità in termini soprattutto di inoccupazione non è qui il caso di ricordare, tanto sono tristemente note. Non avendo a disposizione parametri, garanzie e certezza sugli sgravi teoricamente garantiti dalla legge le imprese interessate dal provvedimento hanno infatti preferito dilazionare la scelta di assumere nuovo personale.

Sono considerazioni amare prima che polemiche e che dovrebbero essere tenute in conto dagli attori della scena politica e istituzionale. Perché investono la vita concreta di imprenditori e lavoratori, di quei soggetti cioè che costituiscono l’economia reale del paese. Non basta approntare delle leggi – anche utili – se poi la macchina burocratica ne arresta il funzionamento, ne impedisce l’operatività. Non si tratta di gettare la croce addosso a nessuno: ognuno ha i suoi problemi e i suoi motivi, ma a portare la croce e intanto a cantare non possono essere sempre i soliti noti. Così non può funzionare. Così non funzionerà ancora a lungo.

Stefano Ruvolo



Articolo originale su stefanoruvolo.it

giovedì 23 febbraio 2017

Fisco, Ruvolo (Confimprenditori): Legge attrae capitali e l’Agenzia delle Entrate la blocca


(AGENPARL) – Roma, 21 feb 2017 – “C’è una buona norma approvata in parlamento – contenuta nell’articolo 1 della legge di bilancio 2017 – che potrebbe attrarre capitali in Italia. Ma il provvedimento non è ancora operativo a causa di un ritardo nella procedura esecutiva dell’Agenzia delle entrate”. Il riferimento del presidente di Confimprenditori Stefano Ruvolo è alla legge introdotta dall’articolo 24-bis nel Testo unico sulle imposte dei redditi che prevede una tassazione agevolata per i soggetti neoresidenti in Italia che possono optaMa il provvedimento non è ancora operativo a causa di un ritardo nella procedura esecutiva dell’Agenzia delle entratere per l’applicazione di un’imposta sostitutiva sui redditi pari a 100mila euro per ciascun periodo di tassazione. “Dinamica virtuosa – la chiama Ruvolo – perché se si riescono ad attrarre capitali e redditi prodotti all’estero questi diventano volano dell’economia e quindi delle imprese. Peccato però – rimarca il presidente di Confimprenditori – che il provvedimento sia ancora fermo ai blocchi di partenza, ancora inapplicabile grazie alla rilassatezza dell’agenzia delle entrate che non ha ancora attivato le procedure per accedere ai benefici della legge prendendosi tutto il tempo a disposizione (90 giorni) per farlo, così rischiando di rendere la norma inapplicabile nell’attuale anno di imposta”. Ruvolo lega questo episodio ad un altro denunciato nei giorni scorsi dall’associazione da lui presieduta: “La stessa incresciosa situazione sta ancora avvenendo con la legge che prevede lo sgravio contributivo per le imprese del sud che vogliano assumere giovani ma che non possono farlo perché la procedura non è stata ancora attivata nel portale telematico dell’Inps. Con la conseguenza di un grave danno per le aziende che non hanno alcun parametro per capire se hanno ancora diritto o no agli sgravi contributivi contingentati per le assunzioni. Con questa burocrazia paralizzante l’Italia sarà sempre condannata ad avere il primato dell’inefficienza”.

Articolo originale su agenparl.com



Articolo originale su stefanoruvolo.it

martedì 21 febbraio 2017

Fiction politica e realtà economica


È da almeno tre settimane che il nostro paese è bloccato dallo psicodramma che si sta consumando nel Pd e che domenica ha  avuto l’ultima drammatica impennata durante l’assemblea nazionale di quel partito. Dirette televisive, intere pagine dei quotidiani dedicate all’evento, retroscena tesi a intercettare ogni sottile fibrillazione. Siamo edotti da giorni ai tormenti esistenziali di Cuperlo, dai tentativi di ricucitura di Emiliano, dai decisionismi del giovane Renzi il cui intento sembra quello di organizzare subito le primarie del Pd e celebrare un congresso ad aprile. Così preventivando una nuova strategia dell’attenzione sulla sua figura e il suo partito e intanto tenendo sotto pressione un governo, quello di Paolo Gentiloni, il cui destino è ogni giorno sempre di più appeso a un filo.

Una condizione precarissima quella di questo esecutivo che pure ha compiti gravi da svolgere: dal consiglio europeo straordinario che si terrà a Roma il prossimo marzo, al G7 di Taormina a maggio, per non parlare di una legge di bilancio che si prevede pesante a fronte delle richieste europee di allineamento dei conti pubblici. Non solo, il governo Gentiloni – nato, ricordiamolo, dopo la disastrosa sconfitta del Si al referendum del 4 aprile, evento su cui il predecessore dell’attuale presidente del Consiglio aveva giocato il tutto per tutto dopo mesi di totalizzante campagna elettorale – si trova a dover gestire in eredità numeri difficili.

Un rapporto debito-Pil salito al 132 per cento (livello inferiore solo a quello della Grecia), l’aumento della pressione fiscale al 42,8 per cento, una disoccupazione stabile all’11%, con impennate per quella giovanile al 42 per cento. Non basta: nell’ultima manovra del governo Renzi ci sono 120 provvedimenti di spesa per un totale di impegni da qui alle soglie del 2020 di oltre 40 miliardi di euro e dal 2009 a oggi la percentuale dei fallimenti aziendali è cresciuta del 43,5% e del 23,7% rispetto al 2010, mentre il settore del commercio ha chiuso l’anno 2016 con 4064 fallimenti.

Non stiamo parlando dei tormenti di renziani o bersaniani, del futuro di qualche parlamentare, problemi relativi se ci si consente. Stiamo parlando del lavoro, di economia reale. Di milioni di persone, di donne e di uomini, che dalla politica pretendono responsabilità, visione, competenza e che invece registrano la drammatica assenza di una classe dirigente. Non è più tempo di giochi d’azzardo, è tempo di responsabilità, di stabilità, di ponderatezza. L’Italia non è la ruota della fortuna.

Stefano Ruvolo

 

 

 



Articolo originale su stefanoruvolo.it

domenica 15 gennaio 2017

Sempre a fianco delle imprese

Sempre a fianco delle imprese

di Stefano Ruvolo

L’anno che comincia porta con sé forze nuove: ci serviranno per spostare i vecchi macigni che restano sul terreno come ostacoli per la libera impresa. Secondo gli ultimi dati Istat la fiducia delle imprese sull’andamento dell’economia scende da 101,4 punti a 100,3. Un dato che non sorprende considerando l’aumento progressivo della pressione fiscale e dell’oppressione burocratica.
Ma non dobbiamo alzare bandiera bianca, rassegnarci a un’anomalia mostruosa. Al contrario occorre portare le istanze degli imprenditori e delle aziende all’attenzione della politica per trasformare la realtà. Questo sito vuole essere la voce delle piccole e medie imprese italiane. Su questo spazio racconteremo le nostre battaglie – dalla riforma del Cnel all’abolizione del ticket sui licenziamenti, dall’abbassamento di Imu e Irap al pagamento alle imprese dei debiti dovuti dalle pubbliche amministrazioni – pubblicheremo i report del nostro centro studi, riporteremo le attività dell’associazione, i suoi servizi e la sua offerta ma soprattutto saremo la voce libera dei nostri associati.