martedì 21 novembre 2017

E le imprese pagano


Pur nella sua inconsistenza strategica e progettuale la manovra di bilancio arrivata in Senato – già aggredita da quasi 4mila emendamenti – è molto meno neutra e innocua nei confronti del mondo delle imprese di quanto si tenda a farla apparire. A parte il capitolo degli ammortamenti per gli investimenti la manovra del governo getta infatti sulle spalle delle aziende un aggravio importante di imposte. Il rinvio dell’Iri frutta alle casse pubbliche 1miliardo e 986 milioni che, grazie al mancato ristoro, saranno le imprese a pagare; le tasse societarie aumentano di 731 milioni; 480 milioni sono caricati sulle assicurazioni; l’abbassamento dei limiti di compensazione debito-credito frutta altri 239 milioni; la soglia dei pagamenti viene ritardata di 445 milioni; 120 milioni vengono dai giochi. Le imposte a carico delle imprese arrivano in totale a quasi 4miliardi di euro.
Si tratta di un aumento delle imposte dirette che da un lato vanifica l’operazione di disinnesco delle clausole sull’aumento dell’Iva dall’altro tarpa le ali alle aziende, grava cioè proprio sull’elemento trainante dell’economia del paese. Una manovra dunque negativa in particolare per le imprese e in generale priva di elementi di verità perché questa legge di Bilancio, sottovaluta le spese, sovrastima le entrate e soprattutto sopravvaluta la crescita, che dovrebbe essere almeno del doppio di quella che si registra.
La realtà è che l’Italia non è affatto uscita dalla crisi, e chi lo afferma mente. “La crisi non è alle spalle  – ha scritto con responsabilità il ministro allo Sviluppo economico Carlo Calenda – non solo perché lo dicono i numeri ma perché la nostra realtà imprenditoriale è andata verso un processo brutale, le imprese sono diventate risorsa scarsa, merce scarsa che va coltivata con grande attenzione, non facciamoci prendere dalla retorica del “va tutto bene”.
D’altra parte a sei mesi dalle elezioni non potevamo aspettarci né qualcosa di meglio né qualcosa di diverso da quanto oggi passa il governo Gentiloni e dalla retorica della luce in fondo al tunnel. La manovra che il parlamento si appresta a varare in piena campagna elettorale come ultimo atto della legislatura è l’esito naturale delle tentate riforme che hanno caratterizzato questi ultimi anni – a partire ovviamente dal jobs act – tentate riforme che si sono rivelate deludenti se non fallimentari. Resta speranza che il nuovo governo avvii una fase nuova della politica economica italiana, voltando pagina rispetto al triennio che abbiamo alle spalle.

Stefano Ruvolo



Articolo originale su stefanoruvolo.it

giovedì 9 novembre 2017

L’insostenibile costo della (cattiva) politica


La legge di Bilancio in discussione in Parlamento – lo abbiamo detto e scritto a più riprese – è una manovra priva di spessore e di visione, un provvedimento di fine legislatura che impiega la quasi totalità delle risorse mobilitate – oltre 15 miliardi – per sventare le clausole di salvaguardia sull’aumento dell’Iva e delle accise. Rimanda dunque i problemi o se si preferisce mette la polvere sotto il tappeto. Intanto ci si consola con un lieve tasso di crescita e si investono risorse sulla decontribuzione per le assunzioni dei giovani disoccupati così da rimediare il turn over occupazionale in corso dalla fine degli incentivi previsti dal Jobs act. Puro attendismo insomma, che non ci possiamo consentire. E la prospettiva di medio termine non è più incoraggiante. Il quadro che potrebbe uscire dalle prossime elezioni politiche rischia infatti di essere così contraddistinto dalla frammentarietà parlamentare da determinare l’ingovernabilità del paese e addirittura l’ipotesi che si debba tornare subito alle urne. Mentre con la fine del quantitative easing torna ad affacciarsi il rischio della speculazione internazionale sul nostro paese e si accrescono i timori europei sui nostri conti pubblici. Uno scenario inquietante. Tutto questo mentre le imprese italiane tornano a far crescere il Pil e a farlo malgrado condizioni proibitive in termini fiscali, burocratici e legali per fare impresa. E’ evidente che siamo di fronte a una vivacità economica ostacolata da un deficit di competenza politica clamoroso che arriva addirittura a paralizzare i processi produttivi e l’attività delle imprese. Distratti dal chiacchiericcio politico ci si è dimenticati per esempio quanto sono costate le politiche di sanzioni ed embarghi passivamente adottate fino ad oggi dal nostro paese. In una recente intervista a Repubblica Zeno Poggi, fondatore della Zpc, azienda specializzata nei servizi dell’organizzazione industriale e nella gestione del rischio per il commercio estero, ci ricorda che le sanzioni alla Russia sono costate alle aziende italiane 5 miliardi di euro in esportazioni. Un danno enorme considerando che la Russia ha pensato bene di approvvigionarsi su altri mercati per quanto riguarda tutto il comparto alimentare e ortofrutticolo o di scegliere altre mete turistiche. La morale di questo capolavoro politico diplomatico italiano ce la restituisce lo stesso Poggi: “Per i Russi la ritorsione – legittima – è stata facile da attuare e a costo zero perché il conto delle sanzioni l’avrebbero pagato le aziende, non le istituzioni. Morale: ora esportiamo più in Turchia che in Russia, e neppure la Turchia è un Paese democratico…”. E’ evidente che c’è qualcosa che non va. La politica ha smesso di ascoltare le imprese e le associazioni che le rappresentano e queste ultime, a loro volta, hanno smesso di dar voce ai bisogni e agli interessi di aziende e professionisti. Un circolo vizioso, che occorre spezzare.

Stefano Ruvolo



Articolo originale su stefanoruvolo.it

mercoledì 25 ottobre 2017

La ripresa deve ancora venire


Ci viene detto con intensità crescente che il Pil e l’occupazione crescono nel nostro paese. Si tace sul fatto che la crescita è abbondantemente sotto la media europea ma si pone molta enfasi sul fatto che abbiamo agganciato la ripresa, che sono ripartite l’occupazione e l’economia, che finalmente vediamo la luce in fondo al tunnel (una frase che non portò troppo bene a Mario Monti). Tuttavia sorge spontaneo un dubbio di fronte a questo racconto della realtà: se siamo in piena ripresa e il futuro davanti si disegna radioso come mai sono in espansione l’insoddisfazione sociale, il malcontento delle imprese, i timori di giovani e famiglie? La risposta purtroppo è semplice: perché non è vero che le cose vadano bene.

Certo, non c’è stata l’apocalisse economica dopo il no al referendum come aveva profetizzato il centro studi di un’importante associazione imprenditoriale italiana, ma i numeri ancora non sono quelli di un paese in rimonta. Del resto oltre a declamarli o brandirli, per difendere posizioni o scelte politiche, i numeri occorre anche leggerli, pesarli, discernerli.

Gli ultimi dati Istat – che sono quelli che hanno indotto al trionfalismo il governo Gentiloni e ridato fiato da parte di Renzi alla difesa del suo Jobs act- calcolano in 23 milioni il numero degli occupati oggi nel nostro paese, il che significherebbe essere tornati ai livelli occupazionali pre-crisi del 2008. Tuttavia se si va più in profondità si scopre che nei primo otto mesi dell’anno in corso, sul totale delle assunzioni, nemmeno il 24% è avvenuto con contratti a tempo indeterminato e vengono conteggiati come occupati anche coloro che hanno lavorato anche una sola ora alla settimana. La realtà è che l’unico boom occupazionale che si è verificato – complice anche la folle abolizione dei voucher – è quello del lavoro a chiamata.

Non basta: a rendere quella dei dati occupazionali una bolla mediatica più che una fotografia statistica è la segnalazione della Fondazione Di Vittorio che rispetto al report Istat parla di “dati drogati” anche a causa del conteggio di centinaia di migliaia di immigrati (quasi sempre sotto pagati) che hanno aumentato la percentuale di popolazione in età lavorativa, ma diminuito quella con un lavoro. E’ chiaro che al di là delle propagande serva un’operazione verità con gli italiani, le imprese, i lavoratori e serve far cambiare passo ai governi che verranno dopo questa legislatura di transizione su cui ha sempre gravato la pesante ipoteca dell’ex premier Renzi. Governi chiamati a una visione progettuale del futuro del paese e a interventi di politica economica strutturale, chiamati ad archiviare una stagione di bonus e incentivi, di annunci e parole.

Stefano Ruvolo



Articolo originale su stefanoruvolo.it

mercoledì 18 ottobre 2017

Una legge di bilancio elettorale


La Legge di Bilancio 2018 con lo sgravio contributivo al 50% per l’assunzione degli under 35 e i vari bonus elargiti in manovra prosegue il metodo degli incentivi su cui era fondato il Jobs act, segue cioè lo spartito di una logica emergenziale e non strutturale favorita anche dalla scadenza della legislatura e dalle elezioni politiche alle porte. Impressiona, per dire, l’impegno per il rinnovo del contratto degli statali che assorbirà risorse per due miliardi di euro per garantire gli 85 euro lordi a dipendente pubblico che il governo si è impegnato ad erogare.
Una misura di cui francamente non si sentiva l’impellente urgenza considerando che i dati di implementazione occupazionale nel privato registrati la scorsa settimana dall’Istat risultano caratterizzati da una precarietà diffusa. A dimostrazione che il Jobs act ha dato una spinta solo temporanea all’occupazione e che il lavoro sommerso ha sempre un peso considerevole sull’economia nazionale e sempre più ne avrà dopo l’inopinata abrogazione dei voucher. Praticamente nulla di strutturale viene riservato alle imprese – come ad esempio un deciso taglio all’Ires, che ci avvicinerebbe alla media europea – e nulla di strutturale, al di là dei già sperimentati bonus per le assunzioni dei giovani, viene immaginato per il sud. Non ci sono investimenti adeguati sulla retroportualità, né sulla rete viaria stradale, né sulla modernizzazione del trasporto ferroviario che versa in condizioni drammatiche.
Basti pensare che in questi anni si è assistito alla chiusura di oltre 1120 km di linee ferroviarie, che oltre 400km di rete ordinaria risultano sospesi per inagibilità dell’infrastruttura, che ci sono 1500 km di linee dove non esiste alcun servizio passeggeri. Per non parlare della banda larga la cui diffusione è del tutto inadeguata rispetto all’annunciata rivoluzione dell’industria 4.0. Bonus e incentivi servono dunque a poco quando al sud esiste un deficit strutturale di possibilità di movimento per persone, merci e dati.
Si configura dunque una manovra puramente elettorale, che rimanda le clausole di salvaguardia condizionata senza affrontare i nodi veri dell’economia nazionale peraltro in una fosca atmosfera dove regna la più completa incertezza politica sul futuro. E da questo punto di vista basterebbe leggersi l’ultimo report dell’agenzia Moody’s sul nostro paese per non stare affatto tranquilli. Un quadro che preoccupa moltissimo imprese e professionisti rispetto al quale non ci sono risposte adeguate e strategiche e nessun progetto credibile per sostenere rilancio e ripresa.

Stefano Ruvolo



Articolo originale su stefanoruvolo.it

lunedì 16 ottobre 2017

Escludere i professionisti dallo split-payment


Tra i provvedimenti problematici – usiamo questo termine eufemistico – che caratterizzano il profilo della prossima legge di bilancio ce n’è uno che ha i tratti della pura vessazione. Si tratta dell’allargamento della platea dello split payment entro la quale restano compresi anche i professionisti. Un provvedimento che viene spacciato come guerra preventiva all’evasione ma che in realtà è un sistema per far cassa su imprese e professionisti. In particolare l’argomento del contrasto all’evasione fiscale risulta particolarmente specioso in riferimento ai professionisti i quali anche volendo – se proprio si vuole impugnare la logica per cui il privato è sempre colpevole verso lo Stato fino a prova del contrario – non possono in alcun modo evadere l’Iva in quanto soggetti a ritenuta d’acconto; sicché il provvedimento ha come unica giustificazione quella di far cassa per lo Stato e come conseguenza quello di provocare una riduzione delle entrate e della liquidità degli studi professionali. L’incongruità palese del provvedimento è dimostrata del resto anche dal fatto che persino all’interno dei gruppi parlamentari del Partito democratico si sono sollevate voci in netto contrasto con un’operazione che dire spregiudicata è dire poco. Lo provano gli emendamenti presentati da alcuni parlamentari di maggioranza alla manovrina di aprile proprio per escludere i professionisti dallo split payment. Siamo di fronte del resto a una misura che costituisce di fatto una richiesta di anticipazione di liquidità al governo, il che è semplicemente inaccettabile. Confimprenditori, che da anni ha instaurato con i professionisti un solido rapporto di collaborazione per quanto riguarda il supporto e l’assistenza alle imprese, coinvolgerà gli ordini professionali per resistere a questo provvedimento iniquo e vergognoso, lanciando una petizione per fermare l’allargamento dello split payment e per escludervi da subito le categorie professionali. Siamo di fronte a una norma indecente, vessatoria e punitiva. Occorre dire No a chi pensa che imprese e professionisti siano il bancomat dello stato. Per questo nei prossimi giorni lanceremo una petizione contro l’allargamento dello split payment e per esclusione da esso dei professionisti.

Stefano Ruvolo



Articolo originale su stefanoruvolo.it

martedì 19 settembre 2017

Il lavoro al centro


Dal 28 al 30 settembre Confimprenditori sarà con un suo stand al festival del lavoro di Torino. Per noi si tratta di un appuntamento irrinunciabile, essenziale per cogliere i segnali che vengono dal mondo del lavoro e in particolare dall’universo di quei professionisti che in una società molto complessa dal punto di vista giuslavoristico, normativo e fiscale, come è quella italiana, costituiscono la vera e propria intelligence delle imprese. Per Confimprenditori, impegnata ormai da quasi dieci anni nella difesa degli interessi, delle idee e della cultura delle piccole e medie imprese, il lavoro è il punto focale di tutta l’azione di rappresentanza fin qui svolta e tanto più lo sarà nel futuro. E questo nel momento in cui il mondo della rappresentanza datoriale e sindacale è generalmente sempre più lontano dalla realtà delle aziende e dei lavoratori. Sempre più spesso le vecchie sigle datoriali e sindacali appaiono concentrate a tessere ragnatele di relazioni politiche finalizzate a garantire rendite di posizione  – come quella del Cnel per esempio, l’ente che non si è voluto riformare ma solo occupare – e così a sacrificare i temi strategici della rappresentanza che sono quelli che hanno appunto al centro il lavoro. Per questo Confimprenditori farà partire proprio da Torino il suo treno del lavoro, una manifestazione mobile in giro per l’Italia dove gli imprenditori incontrano gli esperti in materia di lavoro per confrontarsi sui nuovi temi gettati sul tavolo dai cambiamenti della normativa e del mercato. Le tappe del treno del lavoro – Torino a fine settembre, Firenze il prossimo 27 ottobre, Padova il 24 novembre – saranno un’occasione per riflettere e confrontarsi con gli imprenditori italiani sullo sviluppo di questi cambiamenti in corso, per ascoltare il loro disagio e le loro idee e per farcene carico e voce. Con il treno del lavoro si vuole inoltre portare nelle piccole e medie imprese italiane una visione del lavoro come strumento di socialità e di produttività, nella convinzione – come abbiamo detto in ogni occasione possibile – che le Pmi costituiscano la più diffusa e dinamica esperienza produttiva del paese, quella su cui il sistema deve cominciare a investire come modello nazionale di impresa e di lavoro.

Stefano Ruvolo



Articolo originale su stefanoruvolo.it

giovedì 7 settembre 2017

Dalla rottamazione alla lottizzazione


La realtà alla fine è riuscita a superare la fantasia. E così è accaduto che i rottamatori del Cnel, i crociati per la sua abrogazione siano gli stessi che oggi nominano il nuovo consiglio di Palazzo Lubin. A firmare il decreto attuativo per il rinnovo del consiglio del Cnel, è la stessa Maria Elena Boschi che fino a pochi mesi fa, in veste di ministro per le riforme, guidava con foga la battaglia referendaria per l’abrogazione dell’ente di via Lubin.
“L’ente più costoso e inutile della storia” come lo definiva l’ex premier Renzi eletto a simbolo d’ogni spreco e di ogni nefandezza. Crociata quella per l’abrogazione del Cnel che ha visto protagonisti anche quelle sigle datoriali che oggi siedono di nuovo a Palazzo Lubin. Così vanno le cose in Italia e non c’è da stupirsene troppo. Tuttavia resta la domanda: quale sarà la funzione del Cnel nei prossimi mesi? Perché da quanto ci risulta l’atmosfera che circola nelle stanze di Palazzo Lubin è quella di una circospetta rassegnazione a una sopravvivenza che non deve far rumore, così da salvare insieme sia i doveri procedurali di rinnovo del consiglio sia la faccia di quei politici che hanno scatenato contro il Cnel un’offensiva senza precedenti. Così che di questi ultimi non si possa dire quanto è stato già detto, ossia che ciò che non sono riusciti ad abrogare si sono preoccupati di occupare. E’ una domanda che Confimprenditori – che in queste ore paga il suo No convinto al referendum costituzionale con l’esclusione dal Cnel – ha continuato a porre sul tavolo in tutti questi mesi una riforma radicale del Cnel che ne preveda la riorganizzazione e soprattutto l’autofinanziamento. Ma i mesi successivi alla nomina di Tiziano Treu, mesi che ci saremmo aspettati appunto occupati dalla riflessione sulla funzione del sopravvissuto Cnel, sono stati invece impegnati, oltre che da un’indebita coda di polemiche contro l’ente, dalla tessitura silenziosa della sua nuova composizione. Sul futuro del Cnel ci piacerebbe sentire una parola dal presidente del consiglio Paolo Gentiloni per esempio, dalla sottosegretaria alla presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi, dal segretario del Pd ed ex premier Matteo Renzi. Anche dalla più alta carica dello stato il presidente Mattarella che nel suo ruolo è chiamato a tutelare la dignità e l’onorabilità di questo ente. Confimprenditori continuerà a insistere sulla riforma del Cnel, un’ente storico dalle grandi potenzialità che non merita il trattamento strumentale che politica e istituzioni gli stanno riservando.

Stefano Ruvolo

 



Articolo originale su stefanoruvolo.it