giovedì 25 gennaio 2018

LAVORO. Ruvolo: “mance elettorali agli statali”


“Impressiona la serenità con cui la ministra Marianna Madia racconta che il rinnovo del contratto degli statali e il pagamento dei suoi effetti nelle buste paga di febbraio – a meno una settimana dal voto – è “il frutto di un lavoro complesso di 4 anni” così in una nota Stefano Ruvolo, presidente di Confimprenditori.
“Ma ci faccia il piacere avrebbe detto il principe della risata Totò. La realtà è che il governo vuole rendere disponibili gli arretrati (in media 500 euro) nelle buste paga di ministeriali, impiegati dell’Inps o dell’Aci all’immediata vigilia del fatidico 4 marzo.
E’ uno scandalo ovviamente ma è anche la dimostrazione che la pubblica amministrazione è capace di tendere le forze per arrivare a un obiettivo.
Ci sarebbe piaciuto che lo stesso sforzo si fosse impiegato in questi anni per saldare il mostruoso debito della PA con le imprese – di 60 miliardi di euro – che provoca danni alle aziende coinvolte, costringendole a ridimensionarsi, comprimere investimenti o addirittura a dichiarare fallimento” conclude la nota.

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giovedì 18 gennaio 2018

La lezione americana


Un milione di lavoratori americani avranno un innalzamento di stipendi e benefit da parte delle imprese mentre Fca investirà un miliardo di dollari nell’impianto di Warren, in Michigan con bonus dai 2.000 dollari ai 60mila dipendenti del Gruppo. Sono i primi effetti della riforma fiscale voluta da Donald Trump che prevede un taglio drastico alle imposte dal 35 al 21% sugli utili delle imprese. Imprese che tornano a investire i profitti migliorando le condizioni dei loro lavoratori e dunque la qualità della produzione. Sono questi i primi risultati della riforma Trump. Risultati che in sostanza dimostrano tre cose.

La prima: taglio delle tasse e semplificazione burocratica sono il combinato disposto per far correre l’economia, con buona pace degli intelligentoni che predicano ancora lo statalismo in economia e che si attardano sugli incentivi per favorire l’occupazione.

La seconda: creare condizioni ambientali favorevoli all’impresa significa praticare una politica sociale a favore dei ceti popolari e dei lavoratori, perché si abbatte il tasso di disoccupazione e si innalzano salari e benefit aziendali. Senza crescita infatti – ed è un concetto elementare – non c’è redistribuzione.

La terza: creare condizioni favorevoli alle imprese e al tempo stesso costruire una politica attenta all’interesse nazionale – anche ricorrendo dove necessario a politiche di dazi – ha come conseguenza quella di fermare i processi di delocalizzazione in corso e far tornare le aziende fuggite in patria. Che è esattamente ciò che sta avvenendo in queste settimane negli Stati Uniti. Morale della favola: chi governerà il paese ha un modello a cui ispirarsi. Su questo The Donald non ha messo il copyright.

Stefano Ruvolo



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Ruvolo (confimprenditori): “La ricetta Trump è esportabile”


Tagliare le tasse alle imprese si può e si deve ed è l’unico modo di far ripartire l’economia, come dimostra l’efficace cura Trump negli Stati Uniti dove il forte taglio dell’aliquota fiscale alle aziende ha portato benefici immediati a oltre un milione di lavoratori.Più di 80 grandi aziende hanno annunciato aumento di stipendi e benefit per i propri dipendenti come congedi parentali e premi di produzione” così in una nota Stefano Ruvolo, presidente di Confimprenditori.

A dimostrazione che taglio delle tasse e semplificazione burocratica per le aziende sono una politica popolare e non una misura a favore dei ricchi come è stato detto ripetendo luoghi comuni. Non solo: creare condizioni più favorevoli alle imprese avrebbe come conseguenza quella di fermare i processi di delocalizzazione in corso e far tornare le aziende fuggite in patria.Avanti dunque con le proposte di liberazione dall’oppressione fiscale e burocratica che devono comprendere l’abolizione del ticket sui licenziamenti anche per giusta causa e una disciplina chiara sul lavoro flessibile. La stagione delle mance e dei bonus, peraltro richiesti indietro, va archiviata. Non c’è da inventarsi nulla, la ricetta Trump è esportabile” conclude la nota.

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venerdì 12 gennaio 2018

Cresce solo il lavoro precario


I titoli dei giornali sui dati Istat dell’ultimo trimestre che parlano di “livello occupazionale più alto registrato negli ultimi quarant’anni” farebbero pensare a una svolta rispetto alla crisi di crescita e occupazionale del paese. Non a caso è questa la lettura che, assieme ai suoi amici, si è affrettato a dare l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, magnificando il Jobs act e la politica economica del suo governo e polemizzando con coloro che ancora fino a pochi mesi fa avrebbe definito “gufi”.

Tuttavia, come sempre, basta una lettura appena poco più attenta dei dati – sarebbe persino sufficiente andare oltre i titoli e leggere gli articoli – per capire subito che la crisi di crescita e occupazionale del paese è ancora tutta qui, che il Jobs act non l’ha nemmeno scalfita e che anzi la fine degli incentivi, con la cessazione della somministrazione del doping garantito da bonus e detrazioni – rischia di farla riacutizzare. La crescita di lavoratori dipendenti – più 65mila rispetto a ottobre 2017 – è data per più del 90 percento da contratti a termine applicati in settori a basso grado di qualifiche e di servizi.

Si tratta sostanzialmente di lavori occasionali o stagionali, a basso valore aggiunto. E del resto  il mercato italiano è l’unico – assieme a quello greco –  dove la ripresa non ha favorito la crescita di professioni ad alte qualifiche rappresentate da profili intellettuali, dirigenziali o tecno-scientifici. Questo significa che in Italia – dentro una congiuntura favorevole e non promossa dai governi che si sono succeduti alla guida del paese negli ultimi tre anni – cresce una qualità di lavoro – quello a basso tasso di qualifiche appunto – che nei prossimi anni – con il dispiegarsi sempre più capillare della rivoluzione 4.0 – verrà sempre di più svolto dagli automi.

L’epoca della propaganda e degli annunci dunque va archiviata, rottamata come direbbe l’ex premier uscito sconfitto dal referendum costituzionale dello scorso anno. Occorre tornare a guardare la realtà effettiva delle cose e affrontarla per quello che è. Rilanciando l’economia del paese e il lavoro liberando le imprese dalla gabbia fiscale e burocratica che le soffoca e le tiene prigioniere.

Stefano Ruvolo



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mercoledì 10 gennaio 2018

Lavoro, Jobs Act. La bolla sta per scoppiare, a rischio un milione di posti


Il Jobs Act è una «bolla che sta per esplodere», denuncia il presidente di Confimprenditori Stefano Ruvolo. «Quest' anno - ha ricordato - scadono gli incentivi triennali per un milione di contratti e il costo del lavoro per le aziende tornerà a crescere».
Un report della Fondazione studi dei Consulenti del Lavoro ha, infatti, individuato in oltre un milione i posti di lavoro a rischio. Di questi, scrive il Giornale, circa 700mila riguardano le assunzioni effettuate nel 2015 con lo sgravio totale triennale dei contributi previdenziali, terminato lo scorso 31 dicembre.
Vi si aggiungono poi oltre 300mila contratti attivati nel 2016 e che beneficiavano di una forte decontribuzione e quelli iniziati l' anno scorso con i bonus «Occupazione Sud» e «Occupazione Giovani» (poco più di 100mila quasi tutti nel Mezzogiorno).

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lunedì 8 gennaio 2018

Confimprenditori: occupazione si crea tagliando le tasse


Roma– Queste le dichiarazioni in una nota di Stefano Ruvolo, Presidente di Confimprenditori.  “Con il 2018 il Jobs act arriva al muro della realtà: scadono quest’anno gli incentivi triennali per un milione di contratti e il costo del lavoro per le aziende tornerà a crescere. Confimprenditori mesi fa ha organizzato un convegno dal titolo ‘Jobs act impatto imminente’ dove si evidenziava il rischio di un forte rinculo occupazionale proprio durante l’anno appena iniziato”.

“Sottolineando come lavoro e crescita – prosegue Ruvolo- non si possono generare con politiche di bonus e incentivi ma con tagli strutturali al cuneo fiscale. Il livello di crescita del paese del resto è ancora tra i più bassi in Europa e attestato su percentuali pre-crisi mentre la disoccupazione non è stata praticamente intaccata. I risultati del Jobs act sono stati modesti – l’incremento dell’occupazione prodotto riguarda soprattutto i contratti a termine – mentre i costi della riforma si aggirano sui 20 miliardi di euro. Assieme ad altri capitoli – come il decreto salva-banche e l’assenza di una seria spending review sulla spesa pubblica improduttiva – il Jobs act e’ la voce che ha inciso più pesantemente sulla crescita del debito pubblico, lievitato a 2.300 miliardi di euro”.

“Un bilancio insomma -conclude il Presidente di Confimprenditori- assolutamente fallimentare. Se il paese avrà nella prossima legislatura un governo liberale si può sperare che le politiche del lavoro passino per un taglio serio delle tasse alle imprese. Buoni per raccogliere consenso politico sull’immediato gli incentivi elargiti dal governo Renzi si sono rivelati sulla distanza un doping che altera il mercato e non favorisce la ripresa economica”.

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5 cose che servono subito alle imprese


Esaurita la legislatura, ascoltato il discorso del presidente Mattarella – che ha posto l’accento sulla questione del lavoro, a dimostrazione che l’urgenza del paese non è lo Ius soli – è necessario elencare le priorità per le imprese italiane.

Le cinque priorità che il prossimo governo – qualunque esso sia – dovrebbe mettere in agenda per il 2018 come cose da fare con procedura d’urgenza sono a nostro avviso queste.

1) Cancellazione e definitiva archiviazione delle politiche di incentivi per il lavoro inaugurata dal fallimentare Jobs act. Alle imprese non servono incentivi per assumere – costosissimi peraltro – ma regole certe e procedure fiscali semplificate. Basta un dato tra tutti per dimostrare la vacuità della politica degli incentivi e il fallimento della riforma del lavoro targata Renzi: a fine 2017 il numero dei lavoratori precari ha superato il 15% del lavoro dipendente e malgrado la congiuntura favorevole l’Italia è ferma ai livelli pre-crisi.

2) Una riforma del lavoro a chiamata per supplire all’inopinata abolizione dei voucher, sostituiti con una disciplina farraginosa e fallimentare.

3) Taglio dell’Ires al 20%. Non basta quello fatto al 24%: occorre avvicinarci a una media europea e al contempo, per finanziare questa misura che abbassi la pressione fiscale sulle aziende, contenere la spesa pubblica improduttiva del paese.

4) Soluzione della piaga dei debiti della Pubblica amministrazione con le imprese: 60 miliardi di euro secondo le più recenti stime di Bankitalia. Dopo l’ultimo richiamo dell’Europa, che ha aperto contro l’Italia una procedura di infrazione – con il rischio di multe molto pesanti per il nostro paese – su questo tema è tornato a scendere un silenzio tombale. Eppure la Pubblica amministrazione continua a pagare con oltre 100 giorni contro i 30 previsti in Europa, arrecando alle aziende e a chi ci lavora danni ingenti. L’Ance ha denunciato che il 38% delle imprese a cui vengono ritardati i pagamenti delle fatture sono costrette a ridurre drasticamente gli investimenti; il 32% è spinto a licenziare mentre il 41% non può a sua volta pagare nei tempi regolari i propri fornitori. Una situazione scandalosa sulla quale ogni futuro governo si giocherà la faccia e la dignità. Dopo le promesse della scorsa legislatura fatte in diretta Tv dal predecessore di Gentiloni  – promesse mai mantenute – ora si tratta veramente di mettere in campo delle soluzioni. L’impiego della Cassa depositi e prestiti per saldare almeno una parte del debito – proposta da mesi presentata da Confimprenditori – potrebbe essere una risposta.

5) Rivedere l’intera ottica della politica delle sanzioni. In questi anni l’Italia si è accodata con incomprensibile passività alle campagne geopolitiche di altre nazioni, mostrando la più assoluta miopia nei confronti dei propri interessi e in particolare di quello delle aziende nazionali. Le sanzioni alla Russia, per dire, sono costate alle aziende italiane 5 miliardi in esportazioni e hanno segnato per molte imprese la rovina. Intanto in Europa Federica Mogherini – l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri espresso dal trascorso governo Renzi – prendeva nei mesi scorsi in seria considerazione di accettare la Cina –noto paese democratico e liberale! – nel novero dei paesi del libero mercato.

Sono 5 punti, non 55: ma sono punti essenziali che contengono risposte concrete. Risposte che le imprese attendono. Ed esigono.

Stefano Ruvolo



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