venerdì 12 gennaio 2018

Cresce solo il lavoro precario


I titoli dei giornali sui dati Istat dell’ultimo trimestre che parlano di “livello occupazionale più alto registrato negli ultimi quarant’anni” farebbero pensare a una svolta rispetto alla crisi di crescita e occupazionale del paese. Non a caso è questa la lettura che, assieme ai suoi amici, si è affrettato a dare l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, magnificando il Jobs act e la politica economica del suo governo e polemizzando con coloro che ancora fino a pochi mesi fa avrebbe definito “gufi”.

Tuttavia, come sempre, basta una lettura appena poco più attenta dei dati – sarebbe persino sufficiente andare oltre i titoli e leggere gli articoli – per capire subito che la crisi di crescita e occupazionale del paese è ancora tutta qui, che il Jobs act non l’ha nemmeno scalfita e che anzi la fine degli incentivi, con la cessazione della somministrazione del doping garantito da bonus e detrazioni – rischia di farla riacutizzare. La crescita di lavoratori dipendenti – più 65mila rispetto a ottobre 2017 – è data per più del 90 percento da contratti a termine applicati in settori a basso grado di qualifiche e di servizi.

Si tratta sostanzialmente di lavori occasionali o stagionali, a basso valore aggiunto. E del resto  il mercato italiano è l’unico – assieme a quello greco –  dove la ripresa non ha favorito la crescita di professioni ad alte qualifiche rappresentate da profili intellettuali, dirigenziali o tecno-scientifici. Questo significa che in Italia – dentro una congiuntura favorevole e non promossa dai governi che si sono succeduti alla guida del paese negli ultimi tre anni – cresce una qualità di lavoro – quello a basso tasso di qualifiche appunto – che nei prossimi anni – con il dispiegarsi sempre più capillare della rivoluzione 4.0 – verrà sempre di più svolto dagli automi.

L’epoca della propaganda e degli annunci dunque va archiviata, rottamata come direbbe l’ex premier uscito sconfitto dal referendum costituzionale dello scorso anno. Occorre tornare a guardare la realtà effettiva delle cose e affrontarla per quello che è. Rilanciando l’economia del paese e il lavoro liberando le imprese dalla gabbia fiscale e burocratica che le soffoca e le tiene prigioniere.

Stefano Ruvolo



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mercoledì 10 gennaio 2018

Lavoro, Jobs Act. La bolla sta per scoppiare, a rischio un milione di posti


Il Jobs Act è una «bolla che sta per esplodere», denuncia il presidente di Confimprenditori Stefano Ruvolo. «Quest' anno - ha ricordato - scadono gli incentivi triennali per un milione di contratti e il costo del lavoro per le aziende tornerà a crescere».
Un report della Fondazione studi dei Consulenti del Lavoro ha, infatti, individuato in oltre un milione i posti di lavoro a rischio. Di questi, scrive il Giornale, circa 700mila riguardano le assunzioni effettuate nel 2015 con lo sgravio totale triennale dei contributi previdenziali, terminato lo scorso 31 dicembre.
Vi si aggiungono poi oltre 300mila contratti attivati nel 2016 e che beneficiavano di una forte decontribuzione e quelli iniziati l' anno scorso con i bonus «Occupazione Sud» e «Occupazione Giovani» (poco più di 100mila quasi tutti nel Mezzogiorno).

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lunedì 8 gennaio 2018

Confimprenditori: occupazione si crea tagliando le tasse


Roma– Queste le dichiarazioni in una nota di Stefano Ruvolo, Presidente di Confimprenditori.  “Con il 2018 il Jobs act arriva al muro della realtà: scadono quest’anno gli incentivi triennali per un milione di contratti e il costo del lavoro per le aziende tornerà a crescere. Confimprenditori mesi fa ha organizzato un convegno dal titolo ‘Jobs act impatto imminente’ dove si evidenziava il rischio di un forte rinculo occupazionale proprio durante l’anno appena iniziato”.

“Sottolineando come lavoro e crescita – prosegue Ruvolo- non si possono generare con politiche di bonus e incentivi ma con tagli strutturali al cuneo fiscale. Il livello di crescita del paese del resto è ancora tra i più bassi in Europa e attestato su percentuali pre-crisi mentre la disoccupazione non è stata praticamente intaccata. I risultati del Jobs act sono stati modesti – l’incremento dell’occupazione prodotto riguarda soprattutto i contratti a termine – mentre i costi della riforma si aggirano sui 20 miliardi di euro. Assieme ad altri capitoli – come il decreto salva-banche e l’assenza di una seria spending review sulla spesa pubblica improduttiva – il Jobs act e’ la voce che ha inciso più pesantemente sulla crescita del debito pubblico, lievitato a 2.300 miliardi di euro”.

“Un bilancio insomma -conclude il Presidente di Confimprenditori- assolutamente fallimentare. Se il paese avrà nella prossima legislatura un governo liberale si può sperare che le politiche del lavoro passino per un taglio serio delle tasse alle imprese. Buoni per raccogliere consenso politico sull’immediato gli incentivi elargiti dal governo Renzi si sono rivelati sulla distanza un doping che altera il mercato e non favorisce la ripresa economica”.

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5 cose che servono subito alle imprese


Esaurita la legislatura, ascoltato il discorso del presidente Mattarella – che ha posto l’accento sulla questione del lavoro, a dimostrazione che l’urgenza del paese non è lo Ius soli – è necessario elencare le priorità per le imprese italiane.

Le cinque priorità che il prossimo governo – qualunque esso sia – dovrebbe mettere in agenda per il 2018 come cose da fare con procedura d’urgenza sono a nostro avviso queste.

1) Cancellazione e definitiva archiviazione delle politiche di incentivi per il lavoro inaugurata dal fallimentare Jobs act. Alle imprese non servono incentivi per assumere – costosissimi peraltro – ma regole certe e procedure fiscali semplificate. Basta un dato tra tutti per dimostrare la vacuità della politica degli incentivi e il fallimento della riforma del lavoro targata Renzi: a fine 2017 il numero dei lavoratori precari ha superato il 15% del lavoro dipendente e malgrado la congiuntura favorevole l’Italia è ferma ai livelli pre-crisi.

2) Una riforma del lavoro a chiamata per supplire all’inopinata abolizione dei voucher, sostituiti con una disciplina farraginosa e fallimentare.

3) Taglio dell’Ires al 20%. Non basta quello fatto al 24%: occorre avvicinarci a una media europea e al contempo, per finanziare questa misura che abbassi la pressione fiscale sulle aziende, contenere la spesa pubblica improduttiva del paese.

4) Soluzione della piaga dei debiti della Pubblica amministrazione con le imprese: 60 miliardi di euro secondo le più recenti stime di Bankitalia. Dopo l’ultimo richiamo dell’Europa, che ha aperto contro l’Italia una procedura di infrazione – con il rischio di multe molto pesanti per il nostro paese – su questo tema è tornato a scendere un silenzio tombale. Eppure la Pubblica amministrazione continua a pagare con oltre 100 giorni contro i 30 previsti in Europa, arrecando alle aziende e a chi ci lavora danni ingenti. L’Ance ha denunciato che il 38% delle imprese a cui vengono ritardati i pagamenti delle fatture sono costrette a ridurre drasticamente gli investimenti; il 32% è spinto a licenziare mentre il 41% non può a sua volta pagare nei tempi regolari i propri fornitori. Una situazione scandalosa sulla quale ogni futuro governo si giocherà la faccia e la dignità. Dopo le promesse della scorsa legislatura fatte in diretta Tv dal predecessore di Gentiloni  – promesse mai mantenute – ora si tratta veramente di mettere in campo delle soluzioni. L’impiego della Cassa depositi e prestiti per saldare almeno una parte del debito – proposta da mesi presentata da Confimprenditori – potrebbe essere una risposta.

5) Rivedere l’intera ottica della politica delle sanzioni. In questi anni l’Italia si è accodata con incomprensibile passività alle campagne geopolitiche di altre nazioni, mostrando la più assoluta miopia nei confronti dei propri interessi e in particolare di quello delle aziende nazionali. Le sanzioni alla Russia, per dire, sono costate alle aziende italiane 5 miliardi in esportazioni e hanno segnato per molte imprese la rovina. Intanto in Europa Federica Mogherini – l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri espresso dal trascorso governo Renzi – prendeva nei mesi scorsi in seria considerazione di accettare la Cina –noto paese democratico e liberale! – nel novero dei paesi del libero mercato.

Sono 5 punti, non 55: ma sono punti essenziali che contengono risposte concrete. Risposte che le imprese attendono. Ed esigono.

Stefano Ruvolo



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martedì 21 novembre 2017

E le imprese pagano


Pur nella sua inconsistenza strategica e progettuale la manovra di bilancio arrivata in Senato – già aggredita da quasi 4mila emendamenti – è molto meno neutra e innocua nei confronti del mondo delle imprese di quanto si tenda a farla apparire. A parte il capitolo degli ammortamenti per gli investimenti la manovra del governo getta infatti sulle spalle delle aziende un aggravio importante di imposte. Il rinvio dell’Iri frutta alle casse pubbliche 1miliardo e 986 milioni che, grazie al mancato ristoro, saranno le imprese a pagare; le tasse societarie aumentano di 731 milioni; 480 milioni sono caricati sulle assicurazioni; l’abbassamento dei limiti di compensazione debito-credito frutta altri 239 milioni; la soglia dei pagamenti viene ritardata di 445 milioni; 120 milioni vengono dai giochi. Le imposte a carico delle imprese arrivano in totale a quasi 4miliardi di euro.
Si tratta di un aumento delle imposte dirette che da un lato vanifica l’operazione di disinnesco delle clausole sull’aumento dell’Iva dall’altro tarpa le ali alle aziende, grava cioè proprio sull’elemento trainante dell’economia del paese. Una manovra dunque negativa in particolare per le imprese e in generale priva di elementi di verità perché questa legge di Bilancio, sottovaluta le spese, sovrastima le entrate e soprattutto sopravvaluta la crescita, che dovrebbe essere almeno del doppio di quella che si registra.
La realtà è che l’Italia non è affatto uscita dalla crisi, e chi lo afferma mente. “La crisi non è alle spalle  – ha scritto con responsabilità il ministro allo Sviluppo economico Carlo Calenda – non solo perché lo dicono i numeri ma perché la nostra realtà imprenditoriale è andata verso un processo brutale, le imprese sono diventate risorsa scarsa, merce scarsa che va coltivata con grande attenzione, non facciamoci prendere dalla retorica del “va tutto bene”.
D’altra parte a sei mesi dalle elezioni non potevamo aspettarci né qualcosa di meglio né qualcosa di diverso da quanto oggi passa il governo Gentiloni e dalla retorica della luce in fondo al tunnel. La manovra che il parlamento si appresta a varare in piena campagna elettorale come ultimo atto della legislatura è l’esito naturale delle tentate riforme che hanno caratterizzato questi ultimi anni – a partire ovviamente dal jobs act – tentate riforme che si sono rivelate deludenti se non fallimentari. Resta speranza che il nuovo governo avvii una fase nuova della politica economica italiana, voltando pagina rispetto al triennio che abbiamo alle spalle.

Stefano Ruvolo



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giovedì 9 novembre 2017

L’insostenibile costo della (cattiva) politica


La legge di Bilancio in discussione in Parlamento – lo abbiamo detto e scritto a più riprese – è una manovra priva di spessore e di visione, un provvedimento di fine legislatura che impiega la quasi totalità delle risorse mobilitate – oltre 15 miliardi – per sventare le clausole di salvaguardia sull’aumento dell’Iva e delle accise. Rimanda dunque i problemi o se si preferisce mette la polvere sotto il tappeto. Intanto ci si consola con un lieve tasso di crescita e si investono risorse sulla decontribuzione per le assunzioni dei giovani disoccupati così da rimediare il turn over occupazionale in corso dalla fine degli incentivi previsti dal Jobs act. Puro attendismo insomma, che non ci possiamo consentire. E la prospettiva di medio termine non è più incoraggiante. Il quadro che potrebbe uscire dalle prossime elezioni politiche rischia infatti di essere così contraddistinto dalla frammentarietà parlamentare da determinare l’ingovernabilità del paese e addirittura l’ipotesi che si debba tornare subito alle urne. Mentre con la fine del quantitative easing torna ad affacciarsi il rischio della speculazione internazionale sul nostro paese e si accrescono i timori europei sui nostri conti pubblici. Uno scenario inquietante. Tutto questo mentre le imprese italiane tornano a far crescere il Pil e a farlo malgrado condizioni proibitive in termini fiscali, burocratici e legali per fare impresa. E’ evidente che siamo di fronte a una vivacità economica ostacolata da un deficit di competenza politica clamoroso che arriva addirittura a paralizzare i processi produttivi e l’attività delle imprese. Distratti dal chiacchiericcio politico ci si è dimenticati per esempio quanto sono costate le politiche di sanzioni ed embarghi passivamente adottate fino ad oggi dal nostro paese. In una recente intervista a Repubblica Zeno Poggi, fondatore della Zpc, azienda specializzata nei servizi dell’organizzazione industriale e nella gestione del rischio per il commercio estero, ci ricorda che le sanzioni alla Russia sono costate alle aziende italiane 5 miliardi di euro in esportazioni. Un danno enorme considerando che la Russia ha pensato bene di approvvigionarsi su altri mercati per quanto riguarda tutto il comparto alimentare e ortofrutticolo o di scegliere altre mete turistiche. La morale di questo capolavoro politico diplomatico italiano ce la restituisce lo stesso Poggi: “Per i Russi la ritorsione – legittima – è stata facile da attuare e a costo zero perché il conto delle sanzioni l’avrebbero pagato le aziende, non le istituzioni. Morale: ora esportiamo più in Turchia che in Russia, e neppure la Turchia è un Paese democratico…”. E’ evidente che c’è qualcosa che non va. La politica ha smesso di ascoltare le imprese e le associazioni che le rappresentano e queste ultime, a loro volta, hanno smesso di dar voce ai bisogni e agli interessi di aziende e professionisti. Un circolo vizioso, che occorre spezzare.

Stefano Ruvolo



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mercoledì 25 ottobre 2017

La ripresa deve ancora venire


Ci viene detto con intensità crescente che il Pil e l’occupazione crescono nel nostro paese. Si tace sul fatto che la crescita è abbondantemente sotto la media europea ma si pone molta enfasi sul fatto che abbiamo agganciato la ripresa, che sono ripartite l’occupazione e l’economia, che finalmente vediamo la luce in fondo al tunnel (una frase che non portò troppo bene a Mario Monti). Tuttavia sorge spontaneo un dubbio di fronte a questo racconto della realtà: se siamo in piena ripresa e il futuro davanti si disegna radioso come mai sono in espansione l’insoddisfazione sociale, il malcontento delle imprese, i timori di giovani e famiglie? La risposta purtroppo è semplice: perché non è vero che le cose vadano bene.

Certo, non c’è stata l’apocalisse economica dopo il no al referendum come aveva profetizzato il centro studi di un’importante associazione imprenditoriale italiana, ma i numeri ancora non sono quelli di un paese in rimonta. Del resto oltre a declamarli o brandirli, per difendere posizioni o scelte politiche, i numeri occorre anche leggerli, pesarli, discernerli.

Gli ultimi dati Istat – che sono quelli che hanno indotto al trionfalismo il governo Gentiloni e ridato fiato da parte di Renzi alla difesa del suo Jobs act- calcolano in 23 milioni il numero degli occupati oggi nel nostro paese, il che significherebbe essere tornati ai livelli occupazionali pre-crisi del 2008. Tuttavia se si va più in profondità si scopre che nei primo otto mesi dell’anno in corso, sul totale delle assunzioni, nemmeno il 24% è avvenuto con contratti a tempo indeterminato e vengono conteggiati come occupati anche coloro che hanno lavorato anche una sola ora alla settimana. La realtà è che l’unico boom occupazionale che si è verificato – complice anche la folle abolizione dei voucher – è quello del lavoro a chiamata.

Non basta: a rendere quella dei dati occupazionali una bolla mediatica più che una fotografia statistica è la segnalazione della Fondazione Di Vittorio che rispetto al report Istat parla di “dati drogati” anche a causa del conteggio di centinaia di migliaia di immigrati (quasi sempre sotto pagati) che hanno aumentato la percentuale di popolazione in età lavorativa, ma diminuito quella con un lavoro. E’ chiaro che al di là delle propagande serva un’operazione verità con gli italiani, le imprese, i lavoratori e serve far cambiare passo ai governi che verranno dopo questa legislatura di transizione su cui ha sempre gravato la pesante ipoteca dell’ex premier Renzi. Governi chiamati a una visione progettuale del futuro del paese e a interventi di politica economica strutturale, chiamati ad archiviare una stagione di bonus e incentivi, di annunci e parole.

Stefano Ruvolo



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